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LA PAROLA e LA STORIA. Mètiri e metìri

LA PAROLA e LA STORIA. Mètiri e metìri

la mietitura di van gogh    di GIUSEPPE TRIPODI

- Mètiri è un infinito sostantivato che indica la stagione e le attività collegate alla mietitura mentre il verbo corrispondente ha l’accento piano, metìri.

Il mese della mietitura era giugno: giugnu cu la faggi in pugnu, semina quando voi c’a giugnu meti. Ma questo nelle marine perché in montagna la mietitura si protraeva fino a luglio inoltrato.

Protagonisti della mietitura erano i membri della famiglia in età da lavoro ma non era raro che vi intervenissero lavoratori dei paesi aspromontani che lavoravano per il cibo e per una paga in natura che andava da sette a quattordici chilogrammi di grano al giorno.

Altrove, nel crotonese dove c’era il latifondo, la mietitura durava più a lungo che nelle colline reggine: “Allora mietevamo per uno o due mesi di seguito. … mietevamo quindici venti giorni, pure un mese con i Giglio a Santa Venere che c’erano centinaia di tomolate di terra, tutto cappello (tipo di grano), ed eravamo quindici venti falci, falci vuol dire mietitori.” … (A. Ricci, Turuzzu Cariati, Ritratto di un “uomo-museo”, Roma, Squilibri 2006, p. p. 41).

I mietitori si disponevano uno accanto all’altro su un fronte, lu tagghiu, che ognuno portava avanti per la sua parte larga circa cinque metri; il lavoro, sotto il sole cocente, era inframezzato da chiacchiere anche dei componenti maschili della pattuglia: infatti il proverbio recitava: Diu mi ndi lìbera di li fimmini a lu suli e dill’òmini a lu tagghiu ( Dio ci scampi dai pettegolezzi delle donne al sole e di quelle dei maschi al tagghiu!).

Chi rimaneva indietro doveva recuperare, magari aiutato da chi gli stava accanto, per evitare il dileggio degli altri lavoratori. Se il ritardo aumentava il tagghiu presentava una cuda che alla fine qualcuno tagliava isolando il cattivo mietitore dal resto della compagnia.

La disidratazione dei lavoratori era fronteggiata con l’acqua attinta dagli orci di terracotta, le bùmbule o anche bumbulèddhe, o, meglio, con il vino che non veniva smaltito istantaneamente come l’acqua e dava ai lavoratori l’energia necessaria:

Patruni si vo’ mètiri lu granu

Porta lu vinu di la butti bona.

Il mietitore teneva gli steli del grano con una mano e li tagliava con la falce; quando il polso era pieno prendeva alcuni steli e con essi avvolgeva la puzzàta, aggiungendo altro grano per almeno due volte ancora e deponendolo poi a terra.

Quel piccolo fascio di grano che un mietitore esperto riusciva a tenere nel polso si chiamava jèrmita, latino merges-mergitis, covone. C’era un canto lamentoso ed autoironico in cui un cattivo mietitore così rappresentava le sue prodezze faticatorie: “ e meti e meti cu me frati Leu/ meti chi meti na jèrmita e menza”.

In realtà l’equivalente calabrese di covone è maddhùni (dal greco mallòs lana, greco di Bova maddhì, capelli) costituito da tante jèrmete legate assieme dallo stesso mietitore o, nella mietitura del latifondo, da persona a ciò dedita: “Po’ c’era u ligàntu. Ogni quattru metituri ci volìja nu ligàntu c’attaccava ri jèrmiti, e chiru ligantu eva de passare acqua e vinu” (A. Ricci, op. cit., p. 39).

Cinque o sei maddhùni venivano legati assieme nella gregna (dal latino gremium , bracciata di legna, di erbe, di grano) e trasportati ai bordi dell’aia (in testa dalle donne, in collo dagli uomini ma anche dagli asini sul basto attrezzato da speciali tondini di ferro sagomati)! I maddhùni venivano ammonticchiati in forma circolare e con le spighe rivolte verso l’interno per evitare che gli animali ne mangiassero nel tempo tra la mietitura e la trebbiatura.

Ne risultava una forma semisferica (sulla cui sommità venivano collocati delle gregne intere o anche delle pietre per evitare che il vento sparpagliasse il grano) chiamata timògna, dal greco themonìa, che ha dato luogo al latino thimonia poi passato nel calabrese settentrionale e siciliano timùgna, (per la ricostruzione delle variazioni fonetiche si veda G. Rohlfs, Studi e ricerche su lingue e dialetti d’Italia, Firenze, Sansoni1972, p. 283 ).

La parte di stelo che restava dopo la mietitura veniva chiamata ristuccia e spesso era disseminata delle spighe sfuggite alla falce che venivano raccolte dalle bambine che mietitori e mietitrici portavano con sé e che, oltre a recare a casa la spica, beneficiavano del pranzo offerto da massaro.

Erano le spigolatrici: quella più famosa dal punto di vista letterario era di Sapri ed entrava in una poesia che chi ha la mia età ha incontrato nei libri di lettura della scuola elementare cantata da Luigi Mercantini ( Me ne andavo un mattino a spigolare / quando ho visto una barca in mezzo al mare …); il poeta ne aveva utilizzato gli occhi per raccontare la tragica avventura risorgimentale di Carlo Pisacane che, il 28 giugno del 1857, era sbarcato a Sapri con un manipolo di detenuti politici liberati dal carcere di Ponza con il proposito di far insorgere le masse contadine contro i Borboni. “ Eran trecento e son venuti a terra / eran con l’armi e noi non fecer guerra … / Eran trecento eran giovani e forti/ e sono morti” recitava il ritornello.

Le spigolatrici bambine raccoglievano la spica tra i residui della mietitura che oltre alla ristuccia (ciò che restava del grano) conteneva anche spini e cardi di vario genere e che, nell’insieme, veniva chiamata ristucciàta.

Riteniamo a memoria alcuni versi di un canto da lavoro nel quale una bambina chiedeva alla madre una nuova camicetta:

Ca chiddha chi ndaviva la lacerài

La lacerài cogghièndu la spica

Jèndu e venendu di la ristucciàta.

Naturalmente la ristucciàta era buon pascolo estivo per il bestiame e, in autunno, veniva bruciata per concimare il terreno.

Prima del grano venivano mietuti, a maggio, l’orzo e il lino per evitare che il raccolto venisse danneggiato dagli uccelli: non è chi pe’ schiantu di li pàsseri non seminàmu lu linu, si diceva quando si presentava una minaccia da qualcuno di poco valore.

Discorso a parte merita lu jermànu, sègale, da frumentum germanum per Rohlfs; probabilmente deve il suo nome al fatto che, proveniente dall’Asia Minore e resistente al freddo, si è ben adattata nei terreni argillosi dell’Europa settentrionale (Germania in senso lato).

Coltivata nella montagna calabrese la sègale serviva per la panificazione dei poveri e dava un pane dolciastro (pani di jermanu) che, oltre a lievitare con più difficoltà, era di colore scuro, più pesante e meno nutriente del pane di grano, nonché somigliante al pane integrale.