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LA PAROLA e LA STORIA. Lavùru, travàgghiu

LA PAROLA e LA STORIA. Lavùru, travàgghiu

lvr     di GIUSEPPE TRIPODI

- Lavùru, dal latino labor-oris con significati in linea con l’idea di dannazione biblica (vivrai del sudore della tua fronte!) e alienazione marxiana (fatica, sofferenza, disagio, angustia, affanno), indica soltanto il lavoro manuale con esclusione di qualsiasi altra attività di tipo intellettuale o, a maggior ragione, ricreativa.

Buoni sinonimi sono travàgghiu e i suoi derivati (travagghiari, travagghiùsu, travagghiatùri) che provengono dal francese travail (travailler, travailleur, travaillant) e fatica (faticari, faticùsu) che deriva dal latino fatigo-are, stancare.

E’ comprensibile l’avversione dei calabresi alle concezioni protestanti del lavoro (beruf, vocazione) e la loro adesione ad una sorta di stoica necessità (volentem fata ducunt, nolentem trahunt) in forza della quale le attività lavorative, se non possono essere evitate, vanno assunte nella giusta dimensione (u lavuru si era bonu lu ordinava lu medicu!) e vanno adeguatamente finalizzate: si lavura e si fatica pe la panza e pe la fica, anzi meglio: si lavura pe tri cosi, pe la panza, pe la pizza e pe la pezza, dove la pizza è l’organo sessuale dell’uomo e la pezza è il denaro che tutto muove.  

Di fronte alla dura e ineluttabile necessità del lavoro il calabrese adotta strategie di sopravvivenza di cui permangono rilevanti tracce lessicali nel verbo ddulliàri, che indica il temporeggiare, per svogliatezza o per non abbandonare la situazione conviviale nella quale è inserito, di chi è tenuto ad eseguire un lavoro.

Si ddullìa l’operaio edile che, avendo terminato un impasto di calce a fine giornata, sa che secondo i ritmi consueti dovrebbe preparare una ulteriore porzione di malta per il poco tempo superstite; si attarda quindi a impiegare ciò che ha in attesa che si esaurisca il suo tempo di lavoro.

Il bambino che sta giocando in cortile e sa di dover riprendere a studiare si ddullìa in attesa che la mamma lo richiami al suo impegno. Ma anche la mamma, che sta chiacchierando con la vicina e sa di dover rincasare per preparare la cena, si ddullìa in attesa del rientro del consorte.

Ddulliàri deriva dal verbo greco douleùo che, secondo Luciano Canfora, indicava sia la schiavitù spartana di origine ilotica che quella da sottomissione bellica praticata ad Atene ( “Douleuein”, in Studi storici, 1985, n. 4, p. 903-907).

Sinonimo di ddulliàri è dunniàri, forse con riferimento all’agire femminile o alla conclamata indolenza dei padroni (dominare>dunniàri), in specie di quelli calabri.

D’altra parte nel greco di Calabria si usa dulèzi per lavorare e dulìa per lavoro, servizio; ne traspare quindi una concezione del lavoro, salariato o autonomo, non dissimile dalla schiavitù.

I padroni aggiravano renitenze e simulazioni dei lavoratori assegnando loro una determinata attività (ad esempio la mietitura di un campo di messi) e un termine entro il quale eseguirla; onde se il faticatore, lavorando sodo e senza malizia, finiva prima poteva lucrare, assieme al compenso stabilito, il tempo-lavoro residuo; muzzàta si chiamava questo tipo di sinallagma, con origine nel maccheronico muzzum (ad muzzum), collegabile a multum (ad multum), all’ingrosso, o a mutuum, il contratto a mezzo del quale nell’antica Roma quod meum tuum fit: in questo caso il campo da mietere veniva considerato cosa propria dal mietitore che lavorava instancabilmente fino alla fine della mietitura.

Per alleviare le fatiche del lavoro era in uso lo scambio reciproco di manodopera nei periodi di intensa attività come la semina o la mietitura; nell’agro condofurese e bovese tale scambio aveva un nome antichissimo, angarìa, risalente all’età feudale quando indicava il tempo di lavoro non pagato che il villicus doveva eseguire nella pars dominica della curtis; venuto meno il sistema curtense la parola mantenne il senso di lavoro non retribuito che, però, non veniva sottratto dal signore ma scambiato alla pari con gli altri coltivatori.  

Ha a che fare con la renitenza al lavoro anche la parola litrarìa, poltroneria, scarsa fantasia di lavorare; potrebbe venire dalla serie greca latreùo, adoro, presto culto agli dei, latréia, servaggio, làtreuma , culto divino.

Ma l’aggettivo litràru, poltrone, cattivo lavoratore (in un paese della zona jonica i cui abitanti erano fanatici dell’associazionismo era stato creato negli anni Sessanta del secolo scorso un club dei litràri, con tanto di presidente e cariche sociali) potrebbe derivare, con il rotacismo della consonante dell’ultima sillaba, anche dal castigliano letrado, letterato, colto, avvocato, “gruppo sociale di estrazione media, di norma addottorato nelle grandi università e che costituì il nerbo della grande burocrazia spagnola” (R. Carande, Carlo V e i suoi banchieri, Genova, Marietti 1987, p.911).

La parola, passata in Calabria con la dominazione aragonese, acquistò il significato negativo che ancora oggi conserva per la scarsa considerazione che letterati, avvocati e funzionari riscuotevano presso le classi popolari che li ritenevano, forse non completamente a torto, fannulloni e parassiti.

*Bruno Gottadauro, olio su tela 60 per 70