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Sole 24 ore, le classifiche universitarie, la Calabria

Sole 24 ore, le classifiche universitarie, la Calabria

mirò     di ALBERTO CISTERNA*

- Non è un circuito di F1 in cui conta arrivare sul podio o in zona punti, ma la graduatoria del Sole24ore sulle università italiane meriterebbe una discussione seria. In un bella lettera alcuni docenti della Magna Grecia di Catanzaro pongono delle questioni serie: ad esempio, che senso ha misurare l’efficacia della didattica calabrese prendendo a riferimento il numero di occupati post laurea in una Regione che naviga (o affonda) intorno al 60% di disoccupazione giovanile? L’argomento è giusto, ma prova troppo.

A rigore se le università non danno lavoro, ma solo un po’ di cultura e formazione allora si dovrebbe chiuderle o ridurne il numero o licenziare i docenti o alleggerire i corsi di studio. In una crisi strutturale del sistema produttivo italiano che durerà ancora molto, ed in Calabria moltissimo, si potrebbe decidere, calcolatrice alla mano, di chiudere le università o le facoltà perché non possono assicurare alcuno sbocco professionale ai laureati e decidere di investire sui campi di patate e pomodori. In fondo non si fa così anche con le fabbriche o con i negozi?

E’ una provocazione, mi pare chiaro, per tentare di riflettere sulle prospettive di sviluppo della Calabria e sul ruolo delle sue (numerose) università. Far fuori la cultura universitaria sarebbe un danno enorme e una scelta folle. Non perché - come dice qualcuno che non riesce a venire a capo della questione - la mafia si sconfigge con la cultura (i rampolli dei mafiosi studiano e sono molto più pericolosi dei padri), ma perché una società seria non può rinunciare alla formazione ed alla crescita dei propri giovani, non può essere così pessimista da mettere da parte cultura e formazione.

Le strade d’Italia, i campi di accoglienza, i centri per rifugiati sono pieni di giovani extracomunitari che, in parecchi casi, hanno studiato e sono anche laureati. Quella cultura non riesce a sfamarli e, quindi, scappano, cercano fortuna altrove, accontentandosi di spaccarsi la schiena a raccogliere frutta e verdura a pochi euro.

Con le dovute cautele ed i necessari distinguo la Calabria corre il medesimo rischio.

Sinora i figli della piccola e media borghesia calabrese hanno scommesso sulle università del Centro-nord (la celebrata LUISS o la Bocconi senza calabresi, e meridionali in genere, avrebbero un bel buco di bilancio); da decenni in modo crescente si trasferiscono risorse ingenti (i figli per primi) nelle altre regioni.

E’ la stessa cosa che accade per la sanità e, forse, non è un caso che una grande emorragia economica e sociale per la Calabria sia segnata da questi due settori vitali. La gente, se può, si cura e studia altrove.

In questa scelta è implicito un giudizio negativo sul sistema universitario calabrese? Forse. O forse no. E’ semplicemente che l’indotto sociale ed economico della Calabria, come hanno scritto i docenti di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali Università Magna Graecia di Catanzaro, scoraggia, annichilisce e ciascuno coltiva l’idea che trasferendo altrove i propri figli li innesta in un tessuto più vitale, meno asfittico, meno svantaggiato.

Complessivamente la qualità dell’insegnamento universitario al Centro-nord non è migliore, basterebbe andare a controllare da quali università provengono i vincitori dei concorsi pubblici più selettivi (carriera diplomatica, notariato, ospedali, centri di ricerca, ingegneri ect.) per accorgersene. Tuttavia anche il sistema dell’alta formazione paga un prezzo enorme per trovarsi in Calabria, in una realtà difficile e, per certi versi, estrema.

Si studia fuori dalla Calabria per fuggire dalla Calabria con una chance in più. Sempre meglio di chi si laurea a Tunisi e muore in fondo al Mediterraneo. Finché ci saranno risorse per farlo e le famiglie calabresi non si dovessero frantumare sotto il peso della crisi. Poi si scapperà e basta.

*magistrato