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LA PAROLA e LA STORIA. Pira, Piràra, Peracottàro

LA PAROLA e LA STORIA. Pira, Piràra, Peracottàro

pere   di GIUSEPPE TRIPODI

- Pira, pera, frutto del pero, derivato probabilmente dal nominativo neutro plurale latino di pirum-i che dà, appunto, pira.

Piràra è invece l’albero del pero che in latino si chiama pirus (di genere maschile) e che, nella forma calabra, deriva dal francese poirier (maschile come la voce latina) ed è di genere femminile.

D’altra parte quasi tutti i nomi calabresi di alberi da frutto hanno desinenza francofona e genere femminile: cerasàra (cérisier), ficàra (fiquier), livara (olivier) mendulàra (amandier), livàra (olivier) pricopàra (abricotier), pumàra (pommier). La cosa probabilmente ha a che fare con la dominazione normanna e con la riorganizzazione agricola l’incremento della frutticultura.

In Calabria esistevano diverse varietà di pere che, a causa dell’abbandono della collina e della montagna, si stanno estinguendo e stanno cedendo il passo a tipi commerciali (la pera coscia): ne forniamo un piccolo elenco.

  1. Muscarèddha è una pera piccola come la falange di un dito di persona di età avanzata e ha forma allungata: l’assimilazione semantica alla piccola mosca deriva da un piccolo ciuffo nero che rimane dopo la caduta del fiore che può richiamare le zampe dell’insetto. Alterna colori gialli e rossi anche sopra una stessa unità.
  2. caronfulèddha (garofolina) è una pera piccola come una castagna che deve il suo nome al profumo che emana quando raggiunge la maturità e all’aroma particolarissimo;
  3. Ruggiatèddha un poco più grande della prima e per il colore rugginoso.
  4. Prumèntina è di colore giallo e poco più grande di una noce; il nome le deriva dal fatto che era la prima a maturare e che, perciò, veniva attesa con grande ansia dai figli dei contadini in perenne lotta con la fame. Un proverbio svalutava le capacità nutritive e famìfughe di tutte le pere in favore dei cereali: hai vogghia mi mangi pira e ciràsi/mara la panza undi pani non trasi (hai voglia di mangiare pere e ciliegie/ povera la pancia dove non entra il pane) mentre un altro le esaltava relativamente alle condizioni economiche del contadino: quando veni lu misi d’agustu/ lu villanu si menti a cantàri /perchì ndavi nu pocu di mustu / e tanti pira nta li piràri.
  5. Crìfana era poco più grande di una noce e di sapore amarognolo.
  6. Mbernìtica, di colore verde e di forma irregolare e abbastanza grande aveva una polpa durissima e amara; messa a maturare in mezzo ai cereali diventava mangiabile e saporitissima in pieno inverno, donde il nome.
  7. Spinèddha era di forma rotonda e di media grammatura, dalla polpa amara e granulosa. Amarissima, si poteva mangiare solo cotta e con l’aggiunta di zucchero. Il nome italianizzato (Spinella)è anche un cognome particolarmente inviso nell’area melitese (Spineddha? Mancu i pira su boni!).

Il calabrese non conosce la parola peracottàro, molto usata nel Lazio e indicante persona semplice e di poche risorse: in questo caso le pere c’entravano poco perché in realtà peracottaro era il contadino che, per evitare sprechi, tagliuzzava le parte infette delle mele bacate e infornava la parte sana, disidratandola e   riservandola al consumo del periodo invernale in cui la frutta di stagione era molto rara.

Le piante di piràra oltre che per talea si ottenevano per innesto sul pero selvatico (piràino o pirainàra) che era un ottimo portainnesto e faceva frutti piccoli e amarissimi che venivamo anche mangiati; ma solo quando erano arcimaturi e avevano la polpa annerita.

Durante la mia infanzia sentivo spesso le persone grandi rivolgersi a furbi e mentitori con una oscura espressione (Ti sàcciu pirarèddha!, Ti conosco piccolo pero!) di cui solo con il sono riuscito a ricostruire il back-ground.

Il legno di pero, anche di quello selvatico, non è particolarmente duro e, anzi, è molto versatile per le lavorazioni artigianali: cucchiai, fusi, manici di arnesi ed anche sculture sacre. In genere l’albero veniva tagliato quando era secco perché nessuno avrebbe eliminato uno in piena produttività.

Uno scultore contadino aveva dunque tagliato un perastro e ne aveva ricavata un statua di un santo che, benedetto dal vescovo, era divenuto oggetto di venerazione per i suoi compaesani che finirono per attribuirgli facoltà miracolose:Tutti dicìvanu:”Un santu novu cumparìu a la marina: currìti cristiàni, cercàtinci chi volìti perchì faci grandi maràculi!”. Tutti currìvanu e si nginocchiàvanu ma lu màsciu, chi era fattu ddhu santu di ‘na piràra sarvàggia, li guardava e ridìva. Una fìmmina nci domandau”Perchì non ti nginòcchi tu? Perchì non preghi?”Lu màsciu nci dissi: “Eu lu canùsciu e sàcciu chi piràra era e chi pira facìva” (G. A. Crupi, La glossa di Bova, Roccella, Associazione culturale jonica, sd, p. 67).

Secondo un’altra versione un falegname, assistendo alle genuflessioni dei fedeli impetranti grazie ad un santo che lui aveva ricavato da un pero secco, si era lasciato andare a questa spontanea riflessione: “Ah, eri pirara e non facivi pira e ora chi si santu vo’ fari miraculi?”.