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REGGIO. Il miracolo della processione: fa rinascere, credenti e no, come comunità

REGGIO. Il miracolo della processione: fa rinascere, credenti e no, come comunità
 

prcssn   di MARCO NASTASI -

Sono laico e non so ancora dare, nonostante una continua ricerca, una risposta definitiva ed assoluta alla domanda: “Credi?". Quello di cui diffido senza se e senza ma, come il tormentato Ivan Karamazov di Dostoevskij, è l'opera di un ipotetico Creatore, perché quotidianamente abbiamo esempi che mettono in dubbio non tanto la sua esistenza ma il senso appunto della sua opera.

Al netto di questa premessa, trovo nell’ascesa al Santuario dell'Eremo un potente e straordinario valore simbolico, una sorta di compendio in cui vengono ristrutturati i punti cardinali per ri-orientarsi nella società attuale. Ed è per queste considerazioni che anche quest’anno ho voluto partecipare a questo tradizionale rito. Una lunga salita, che all’inizio ognuno affronta al proprio passo, con ritmi diversi, senza quella comunanza che rende armonico il fluire di quello sciame umano, parcellizzato in differenti individualità ed in distinti sottogruppi.  

Poi la salita comincia a diventare più ripida, si cominciano a scorgere i primi feticci pagani della festa, le luminarie ed i chioschi dove consumare i prodotti tipici, più propriamente detti “panini cu satizzu” e soprattutto, il formarsi di quelle che chiamo “piccole isole umane”, cioè gruppi di persone che fino a qualche istante prima non si conoscevano, danno vita a balli sfrenati e coinvolgenti seguendo le note della tradizionale tarantella.

 Ecco, grazie alla danza coinvolgente, si può ‘ scorgere un cambiamento rispetto ad i ritmi dissociati dell’inizio del percorso, adesso sembrano formarsi nuovi e più stretti legami, come se un nuovo ritmo condiviso avesse dato ordine a tante schegge impazzite ,adesso appunto, ”isole umane “, perché’ nuovi mondi, nuovi gruppi che hanno ri-trovato un senso più autentico rispetto al mondo altro.  

Eccomi arrivato ai piedi della scalinata della Basilica, scorgo accanto a me volti che sembrano avere addosso una nuova energia, assieme arriviamo all’ingresso e nel momento in cui riesco a vedere, anche se distante, il quadro con la Sacra Effige, mi fermo.

La vista di quello che rappresenta l’epilogo sacro di questo percorso è una sorta di spartiacque. Infatti, le “isole umane” in movimento si ritrovano all’interno della Basilica, ed il momento del coro diventa, come nelle più classiche delle tragedie greche, non semplice canto ma la fusione epica di tante voci in un’unica voce, tante umanità che danno vita ad un’unica comunità, non solo una delicata melodia religiosa ma l’urlo civile di una comunità che si ritrova e si riscopre, in cui la potenza delle tradizioni sacre e pagane si rivelano  lo strumento per discernere l’importanza del messaggio: ”o ci riusciamo assieme o perdiamo ognuno da solo”.  

Questo è per me, da laico scettico e pieno di domande insolute, il grande insegnamento della Festa, ritrovare la ritualità, per ricongiungersi al sacro nel senso laico del termine. Riscoprire spazi e tempi in cui ci si rinasce come comunità che procede assieme, sospinta da un afflato comune e non particelle caotiche dai legami precari che vagano sole ed impotenti davanti alla correnti di un mondo sempre più complesso e pieno di insidie