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LA PAROLA e LA STORIA. Mangiari

LA PAROLA e LA STORIA. Mangiari

mangiàri  di GIUSEPPE TRIPODI -

Mangiari, alimentarsi in modo adeguato (u mangiàri è di ragiùni, cu non mangia an palìsi mangia a mucciùni, alimentarsi è necessario e chi non mangia di fronte agli altri mangia di nascosto), ma anche cibarie in genere (fìciru na tavulàta cu tanti mangiàri).

Naturalmente stiamo parlando del mangiare contadino che era un mangiare essenziale, senza tante portate, da consumarsi anche in campagna su una tavola distesa, con il rischio che ci saltassero dentro grilli o altri insetti. Un mio prozio, Nicola Fossu ‘Panzanigra’, era famoso perché non dava scampo agli intrusi nel piatto e, immantinente, li trasformava in proteine.

Il piatto spesso era uno solo e grande, u bàganu, e i commensali erano schierati a cerchio intorno ad esso; anche le posate erano scarse ma non era un problema; con tanti alberi e stecchi era facile procurarsi qualcosa a forma di spiedo per inforchettare.

Mi ndai baganàti di focu era una maledizione che aveva a che fare con questo grande piatto comune, che si augurava si rovesciasse pieno di fuoco addosso al malcapitato.

Chi non si sbrigava a mangiare o era appena schizzinoso restava a pancia vuota: a tàvula è misa / cu no mangia perdi la spisa.

Mangiùni e scassùni erano coloro che mangiavano oltre misura, fino a che la loro pancia non si scassava (a scassa panza appunto) non lasciando agli altri nemmeno gli avanzi; per costoro la pancia non era un organo del corpo umano ma un ripostiglio da stivare fino all’inverosimile, un catòju.

Catòju (dal greco katōgheios- on) era la parte più bassa, generalmente seminterrata, della casa contadina che serviva da dispensa per olio, vino, insaccati, formaggio etc.. Era quindi il luogo più accattivante per la fantasia dell’affamato che, di fronte ad un pranzo che si preannunciava prelibato e abbondante, non poteva esimersi dall’esclamazione: pansa mia fatti catòiu! (pancia mia fatti dispensa!).

In quel caso il mangione si rimpinzava, si mbarràva, cioè mangiava fino a quando la barra che dava appunto accesso al catòju non veniva abbassata. E i commensali commentavano: comu mai la saìtta rifiuta? Dove la saitta era la botola entro la quale si versava il grano al mulino.

Mbarràri u saccu significa riempirlo fino al collo e Mbarrasàcchi era il soprannome affibbiato da mio padre a un nostro parente che si presentava in primavera a casa nostra e ci chiedeva a gratis un sacco di fave fresche, pretendendo poi che il contenitore fosse pieno fino all’orlo.

C’era però un altro verbo che indicava il mangiare composto e non esibizionista: ddubbàri, dal francese adouber, armare qualcuno da cavaliere, aggiustare, preparare, toccare gli scacchi sulla scacchiera per sistemarli senza obbligo di mossa (J’adoube!); in calabrese può avere più significati: 1) dar da mangiare agli animali da tiro prima dell’inizio dell’alba perché, una volta sazi, siano pronti per la giornata di lavoro; 2) in forma riflessiva indica anche il saziarsi, reale o figurato, del commensale (mi ddubbài); in un pranzo di nozze particolarmente parco di portate ma ricco di parole un invitato cui fosse rivolta la domanda: Ti ddubbàsti? risponderebbe: Si! Di chiàcchieri!; 3) riempire in qualche maniera un recipiente, specie nella forma attenuata ddubbuliàri: se ad una donna, rimasta a lungo a riempire un orcio d’acqua ad una fonte da cui poco sgorgava ed alla fine neanche riuscendosi per l’arresto del già misero flusso, si fosse chiesto: Cummàri Nina la ghinchìstevu la bùmbula? (Commare Nina, l’avete riempito l’orcio?) lei avrebbe risposto: ghinchìri no la ghinchìa ma un pocu la ddubbuliài! (non sono riuscito a riempirla del tutto ma in qualche maniera l’ho rabboccata!); 4) riempire di botte una persona.

Tutti i significati (preparare, acconciare, colpire) rimandano all’adoubement, atto di vestizione del cavaliere in età feudale così ben descritto da un maestro della storiografia europea: “Il rituale implica parecchi atti. Al postulante, di solito appena uscito dall’adolescenza, un cavaliere più anziano consegna anzitutto le armi significative del suo futuro stato: in particolare la spada. Segue poi, quasi sempre, un gran colpo assestato dal padrino sulla gota o alla nuca del giovane: la paumée (palmata) o colée (accollata) dei testi francesi… Di fatto i poemi mostrano volentieri l’eroe che si sforza di non piegare sotto quel colpo; l’unico… che un cavaliere deve ricevere senza restituirlo”( Marc Bloch, La società feudale, Torino, Einaudi, 1976, p. 374).

In Calabria la parola può essere giunta attraverso i normanni o, successivamente, gli angioini.