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CRIACO. La 'ndrangheta? E' nata dopo la sconfitta di chi voleva cambiare

CRIACO. La 'ndrangheta? E' nata dopo la sconfitta di chi voleva cambiare
criaco      di ALESSIA PRINCIPE -
«Scattiamo in piedi come soldati. Incrociamo le braccia e via a raccogliere brandelli di orgoglio paesano. Niente di nuovo. Se agissimo con la stessa passione per cambiare le cose, avremmo risolto tutto». Gioacchino Criaco scrittore di Africo, firma del bestseller “Anime nere”, non si sconvolge molto davanti alle parole di Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, che candidamente ha sentenziato: «La camorra è un elemento costitutivo della società napoletana». Effetto roccia tuffata in uno specchio d’acqua. Schizzi di indignazione hanno riempito l’aria in un attimo, guazzando gli umori dei più sensibili.
   Il sindaco di Napoli De Magistris si dice sia saltato sulla sedia dalla sorpresa. Richieste di chiarimenti, richieste di scuse pubbliche, musi lunghissimi.
   Ma la Bindi neppure di un pollice ha arretrato. Semmai ha rincarato la dose.
 
«Se qualcuno si è offeso, non posso chiedere scusa perché le mie parole sono queste. Non ho mai parlato di dna, ho parlato di camorra come elemento costitutivo della società e della storia». Inutile nascondersi dietro un dito, dice lei, ma lo spauracchio dell’onta generale su una terra intera è a un passo. «È una paura che conosciamo bene noi calabresi, c’è una sorta di coda di paglia innata dentro il nostro popolo: basta una parola ed eccoci lì a giustificarci, ad affannarci a dire al mondo intero: guardateci, noi non siamo quello, non siamo criminali, non tutti». 

 Criaco, siamo solo suscettibili o abbiamo paura?

 «Non c’è sempre da dire, precisare, non sempre osservazioni sul mondo criminale sono attacchi etnici nei nostri confronti. Dovremmo smetterla di sentirci sempre sotto processo». 

 

La Bindi ha spiegato che è inutile far finta di non sapere che la malavita esiste ed è innestata nel tessuto sociale.

«Ha ragione, esiste, c’è a Napoli, c’è nel Sud, ma c’è anche a Milano, a Berlino. Purtroppo questa è la “normalità”. Il panorama criminale è vastissimo, abbraccia tutti i Paesi dalla civilissima Svezia al Giappone. A qualcuno fa comodo credere che sia un fenomeno tutto meridionale. Forse così si sentono più al sicuro». 

Ghettizzare la criminalità, concentrarla in alcune zone, città, Paesi, è un modo per non voler affrontare il problema.

 «Si allontana il problema dalla vista ma quello rimane e il virus prolifica. Chi vive fuori dal Meridione non ha un quadro completo, non sa come stanno le cose, a volte non gli interessa saperlo. Coloro che parlano sempre di Calabria come covo di ’ndrangheta e basta forse ignorano che la mafia qui esiste perché altri hanno creato le condizioni ideali perché nascesse e resistesse». 

 E di resistenza ne ha molta a quanto pare.

 «Questo perché non viene sradicata nell’unico modo in cui può esserlo: con gli investimenti nella cultura, nella storia, nell’istruzione, nei progetti che possono garantire lavoro, lavoro vero, non certo regalato. Il nodo sa qual è?». 

 Qual è?

 «La possibilità. Non abbiamo la possibilità di scegliere di restare qui, la possibilità di realizzare i nostri sogni, la possibilità di vivere bene, essere felici. Non l’abbiamo mai avuta. Ci siamo illusi che negli anni del cosiddetto “benessere” con due soldini messi da parte, una casa, un’utilitaria, noi fossimo salvi, che il peggio fosse passato. E invece. Quel profumo di serenità s’è dissolto prestissimo. Neanche il tempo di goderne che già era andato via. E siamo rimasti vivi solo per vedere il resto cadere in pezzi». 
 
E ora?
 
«Avremmo bisogno di forza e autorevolezza, di capacità da investire nella nostra crescita culturale. Lo Stato fallisce una volta dopo l’altra quando crede di poter debellare la ’ndrangheta solo con la forza. Se vogliamo vivere in un Paese libero dobbiamo capire che solo attraverso una crescita mentale collettiva, un impegno saldo possiamo vincere. Allora potremo dire che la guerra è finita». 

 

Ma non è troppo tardi?

 «Se dobbiamo cambiare dobbiamo farlo subito. Nei prossimi vent’anni 400mila calabresi avranno abbandonato questa regione. Vedremo la Calabria svuotarsi come una bottiglia, morirà, allora davvero non ci sarà più niente da fare». 

 

Ma l’interesse al cambiamento c’è?

 «La convenienza a mantenere sacche di ignoranza, di criminalità, di potere deviato conviene, certo, non alla brava gente ma a chi ha tutto l’interesse a che noi rimaniamo sprofondati nel nostro piccolo inferno. Ma come si può credere che un impero che macina utili per 360 miliardi di euro sia un fenomeno malavitoso solo del Sud. A chi conviene affermare una cosa del genere? A chi non sa, a chi non vuole sapere che la ’ndrangheta è nata dopo che i veri ribelli sono stati sterminati». 

 

Anche lo Stato fece il suo all’epoca.

 «Lo Stato soffocò l’anima bella della ribellione calabrese. Parliamo degli anni 50, il periodo delle lotte dei contadini per le terre e degli anni 70 e della battaglia per la difesa dei diritti dei calabresi. Ecco, se di dna si deve parlare, possiamo dire che la nostra genetica racconta di grandi lottatori che si sono sacrificati per una giusta causa. Ma quella carica meravigliosa fu stretta fino a morire: da una parte ci pensò lo Stato e dall’altra la criminalità». 

 

Mafia e Stato soppressero, dunque, le spinte rivoluzionarie a mani giunte.

 «E da lì poi è stata una discesa verso il nero. Lo Stato continua ad agire in modo sbagliato, non capisce che il sistema criminale ci mette un attimo a riorganizzarsi, si rivitalizza. Si rigenera grazie a un terreno di cultura terribilmente fertile che è la povertà, la disperazione. Facile in queste condizioni rispondere ai richiami delle sirene della malavita che promette una vita migliore. Ma se la vita fosse già migliore allora gli eserciti dei boss sarebbero solo file vuote. La strada della semplice repressione non ha funzionato e non funziona tuttora». 

 

Se solo…

 «Se solo cucinassimo con una ricetta semplice: lavoro, possibilità, opportunità, servizi garantiti, tutto questo sarebbe un ricordo lontano. Aggiungerei: se solo… noi volessimo davvero».