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LA PAROLA e LA STORIA. Minchia

LA PAROLA e LA STORIA. Minchia

i bronzi di riace    di GIUSEPPE TRIPODI - Minchia, oltre che esclamazione di meraviglia esasperata dei siciliani, si riferisce alla seconda testa del maschio che, quando entra in attività ingrossandosi, detronizza quella superiore che si trova tra le spalle e le fa cessare ogni ragionamento; ecco perché si usa minchione (o l’equivalente testa di cazzo ) per uno che riflette poco.

Un proverbio calabrese riguarda la variante della minchionaggine propria di chi non si accontenta di quello che ha e cerca di accaparrarsi anche il superfluo, perdendo naturalmente tutto: minchiùni minchiunàzzu / avìva tri e volìva quattru!

Un altro modo di dire fa del membro maschile l’elemento portante del relativismo: lu cazzu a culu d’atri è filu di jna (avena) / a lu meu esti battàgghiu di campana.

L’immaginario popolare privilegia la posizione erotica e riproduttiva della minchia tralasciandone e disprezzandone (cazzu chinu di pisciàzza, minchia moddha, detto di persone di poco valore) la funzione di liberare il corpo dalle scorie del metabolismo: la minzione, dal latino mingere, verso l’acqua.

Insomma, ironizzando sulle categorie di un grande storico che tanto ci hanno occupato nella vita, potremmo dire che, in fatto di minchia, ci si sofferma più sull’événemnt che sulla longue durée.

Dal mingere deriva l’espressione, frequente negli uomini di una certa età, àia fari na goccia d’acqua.

Il mingere latino rimanda al greco omeìcho, orino, che i casti dizionari della nostra gioventù nemmeno riportavano; così come veniva sepolto in mezzo a tanti significati l’accezione di andreìon che si riferiva all’argano del maschio, magari declinato solo al plurale: ta andreìa, organi virili.

Catullo usa, tra vari sinonimi, anche trabs-trabis: “bene me ac diu supinum tota ista trabe irrumasti” (Carmi, XXVIII).  

E’ funzionale alla predominanza della funzione riproduttiva ed erettiva di cui sopra l’etimologia ricondotta al latino mèntula (riportata acriticamente e stancamente da molti vocabolari, anche da quello calabrese del Rohlfs): da cui potrebbe derivare anche il calabrese mentìri, equivalente a penetrare: iddha mi risi ed eu nci risi / iddha lu vosi ed eu nci lu misi.

Il mai compianto abbastanza Giovanni Semerano (Dizionario della lingua latina e di voci moderne, Firenze, Olschki, 2002, sub mentula, mateola, meta) chiarisce che dall’ebraico matte, pertica, e dall’accadico metu, palo (da cui l’espressione latina porrexit ab inguine palum per ebbe un’erezione), è derivato il latino arcaico mattea, mazza, con il diminutivo mateola, piccola mazza (analogo al calabrese mazzarèddhu), poi divenuto mèntula; meta era inoltre “un cumulo conico di paglia. Di fieno, …, sempre costituito da uno stollo o stocco, lunga pertica intorno alla quale si ammucchiava la paglia”; e, d’altra parte, deriva da ‘meta’-pertica anche il verbo metor, misuro con la pertica, donde il metro unita di misura nel sistema metrico decimale.  

Per Raffaele Corso (La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane, Firenze, Olschki,, p. 298) da mentula deriva il latino medievale mentla che, attraverso gli intermedi menkla e menkja, conclude finalmente il suo viaggio bimillenario con la minchia calabro-sicula.

E, a proposito di misure, lunghe e sofisticate applicazioni nulla hanno apportato circa la lunghezza accettabile, ‘media’ o ‘modale’, per la minchia: inferenze venivano ricavate da tratti somatici evidenti ( quali nasu / tali fusu) e, con sofismi ‘a contrario’ rispetto all’altezza, si sosteneva (e la circostanza era avvalorata da una canzone di Fabrizio di André) che i nani sarebbero superdotati e gli spilungoni facessero brutta figura; donde il brocardo che l’omu non si misura cu lu parmu ma, verrebbe da dire, la minchia sì.

E colpì molto il fatto che i Bronzi di Riace, simbolo ormai universale della virilità nell’arte classica, apparissero sproporzionati per difetto proprio in fatto di andreìon;

Sulu na cosa mi dassau perlessu:

è lu furdicchiu!

E pensu chi rispettu a lu prospettu

Fu scolpitu piuttosto picciricchiu!

Ma il poeta (O. Profazio, Le cento e più profaziate, Messina, P&M edizioni, 1990, p. 144) ha condannato soltanto l’acqua del mare per ‘lese dimensioni della minchia classica” assolvendo del reato l’ignoto scultore:

   Chi v’aspettavuvu mi viditi un mostru?

Sulu chistu vardati! O nuci di coddhu!

Volia propriu mi viu u micciu vostru,

dopu ch’è statu tanti seculi a moddhu!

Portava fuori strada l’indovinello: arrètu a lu me ortu / nc’è nu bellu giuvinòttu / nci calànu li cazzùni / e nci pari u battagghiùni; in questo caso il bel giovinotto era la spiga del granturco, i cazzùni che calavano erano le foglie che la rivestivano e lu battagghiùni era il torsolo con i chicchi.

Chiudiamo con i sinonimi: alcuni (furdìcchiu, fungo giovane, mìcciu, stoppino della lucerna, mazzarèddhu, battàgghiu, fusu) li abbiamo già incontrati: molti altri sono rintracciabili nel parlare metaforico, variegato ed allusivo, del mondo contadino: marrùggiu (manico di pala o di altri strumenti di lavoro), ghiòmbaru (gomitolo), vajana (baccello, specie di fava), firrìna (trapano, derivante dal siciliano virrìna, membro del verro a struttura spiralica), mbùrmu (volume, dal rigonfiamento della patta), ntìnna (albero della cuccagna), puntiddha (puntello), carni frisca.

Esemplifichiamo anche con gli onomastici e rime connesse: ndaju nu fìgghiu chi si chiama Cola / chi staci nta li causi di tila (ho un figlio che si chiama Cola / nascosto nei pantaloni di tela), me fìgghiu Pascaleddhu / quantu lu vogghiu beni / quandu si faci grandi/ nci ccattu lu magàzzeni (Mio figlio Pasqualino / quanto lo voglio bene/ quando diventa adulto gli compro un bel ricovero).

E si potrebbe continuare per un bel po’, almeno per un numero equivalente alla cinquantina di sinonimi elencati da Trilussa ne Er padre de li santi: (Er cazzo se po’ di rradica, uscello… asperge …inguilla… maritozzo … fallo, asta, verga e mmembro naturale /cuer vecchio de spezziale / disce Priapo; e la su mojje Pene, / segno per dio che nun je torna bbene!); un sonetto dal titolo dissacrante anche nel titolo che non esenta nemmeno i santi dalla loro origine carnale, di carni frisca per la precisione.