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LA PAROLA e LA STORIA. Manu, Maniàri

LA PAROLA e LA STORIA. Manu, Maniàri

mani  di GIUSEPPE TRIPODI -

Manu, da un antico verbo accadico (manum, contare, contare con le dita di una mano, calcolo in base 4 con il pollice che numerava le quattro dita residue della mano e poi ricominciava da capo) deriva la parola greca mna (misura di peso pari a quasi mezzo chilo, quanto poteva contenere la mano) e quella latina manus, poi caricata anche di significati giuridici.

Manus in latino indicava il potere assoluto del paterfamilias, da cui le figlie femmine si liberavano con il matrimonio che sanciva il loro passaggio alla manus del marito; i figli maschi, anche se maggiorenni, erano sottoposti al padre e se ne liberavano con il matrimonio con cui costituivano una nuova manus di cui diventavano ‘titolari’.

Scegliamo un percorso, fra le tante parole calabresi collegate a “manu”, nel quale rilevano parole ed espressioni oggi poco diffuse; anzitutto il verbo maniàri che è applicato, anche con significato metaforico, alla cucina e indica il mescolare dei cibi e delle minestre che ne impedisce il rapprendersi sul fondo della pentola (mpigghiàri).

Cu si manìa non penìa più che la sollecitudine verso il piatto comune sembra un invito ad approfittare, magari solo per non penare, di qualche cucchiaiata di cibo in più degli altri che non hanno il privilegio di “maniari” come, in modo esplicito, impone questo altro proverbio: cu avi lu beni a manu e non si servi / no mi ndavi cunfissùri mi lu ssorvi (non approfittare del mestolo che si ha in mano è un peccato da cui nessun confessore può assolvere).

Manìati, in forma imperativa, vuol dire “sbrìgati”, “datti una mossa”.

Maniàri la barda a qualcuno significa bastonarlo, colpirlo sulla schiena dove notoriamente il basto si appoggia; da maniàri deriva maniàta che significa “combriccola”, amicizia molto stretta e illecita. Infatti spesso gli uomini di malaffare si associano tra di loro in modo indissolubile come le dita alla mano: sunnu un pugnu d’amici e na maniàta di latri.

E il cinque, numero delle dita di una mano, era il numero giusto di picciotti in una riunione di ndrangheta.

Anche manìcula (cazzuola) è un diminutivo conforme al latino perché permette al muratore di usare con la ‘piccola mano’ le malte nella costruzione. Menzamanìcula è il muratore non ancora perfezionato a dovere.

Manuzza è l’impugnatura della bure nell’aratro di legno.    

  Da manu viene, ovviamente, anche mànica che indica tanto le maniche dei vestiti quanto quella della terraglia e del pentolame da cucina: lu mastru pignatàru menti la mànica aundi voli si riferisce all’arbitrarietà di alcune scelte fatte solo da chi ha potere; il proverbio ha una continuazione che, come i cheks and balances dei sistemi costituzionali anglosassoni, fa contrappeso all’arbitrio assoluto: sì, menti la mànica aundi la voli, ma sulu la prima però, alludendo evidentemente al fatto che la seconda manica va posta in modo simmetrico alla prima e non a piacere del mastro pignataro.

Mentre le pentole e i vestiti hanno una “manica” femminile, le padelle e i i tegami hanno u mànicu al maschile, come tutti gli arnesi da lavoro (pale, zappe, scuri, picconi, cacciaviti, martelli, falci, seghe, etc. etc).

E il manico deve essere fatto di legno buono, cioè duro e stagionato, e non può essere, ad esempio, di ficàra, cioè di legno di fico; esti u mànicu chi è di ficàra indica tutte quelle situazioni (un padre di famiglia incapace di imprimere il rispetto nei figli, un maestro che si fa sfuggire di mano la classe, un capocantiere senza autorità) in cui l’entropia prevale sull’ordine per incapacità di chi comanda.

Si coniugano i verbi mmanicari, mettere il manico, e smanicari, togliere il manico, formati rispettivamente con i prefissi (i)n ed (e)x, sottoposti ad afèresi della vocale iniziale.

Il mànico, quello degli arnesi da lavoro, si dice anche marrùggiu, dalla marra che è la zappa grande per fare i solchi e anche quella con cui si impastava a mano la calce prima della diffusione delle betoniere. Marrapòdi, piedi di zappa, è un cognome alquanto diffuso nel reggino.

Marrùni è colui che maneggia, danneggiandole, cose delicate (un orologio o altro strumento di precisione) come se si trattasse di una zappa; da cui smarrunàri, scassare, rovinare.

Nella Grecia antica, diversamente da oggi, era diffuso un atteggiamento molto positivo verso la manualità, tanto che Anassàgora, filosofo amico di Pericle, sostenne che l’uomo è tale solo se sa usare le mani. L’importanza delle mani si ricava anche scorrendo un dizionario del greco classico e riscontrando i termini derivati da cheìr-cheiròs, mano, che sono veramente parecchi.

Composti di cheìr-cheiròs risultano pro-cheirìzo, metto in mano, consegno, e prò-cheiros, aggettivo e avverbio, a portata di mano, pronto, accessibile, esattamente come il calabro-jonico pròschieru, stranamente non censito da Rohlfs ma semanticamente molto ricco e intrigante.

Il nostro pròschieru é diffuso quanto meno dal periodo bizantino quando, almeno secondo una attendibile ricostruzione di un maestro di studi storico-giuridici, “… in Calabria dovette essere compilato per opera di un privato il Prochiron legum, o manuale delle leggi, fra il secolo X e l’XI, sulla base dell’Ecloga isaurica, della legislazione dei Macedoni e di altre epitomi e raccolte orientali; i quali testi … non sono riprodotti letteralmente, bensì in qualche modo spiegati e volgarizzati, e non poche volte adattati alle particolari condizioni giuridiche della regione cui dovevano servire e quindi armonizzati col diritto consuetudinario locale”. L’opera avrebbe subìto rimaneggiamenti incorporando “ … le glosse che s’erano venute accumulando al margine della redazione primitiva, con un processo di fusione, più o meno riuscito, tutt’altro che nuovo in quest’epoca … ha molta importanza, perché è il miglior documento che ci riveli come le condizioni della cultura giuridica nelle regioni meridionali d’Italia, … , si mantenevano, relativamente ai tempi, a un’altezza non inferiore a quella delle altre regioni d’Italia”(Francesco Galasso, Medioevo del diritto I Le fonti, Milano, Giuffrè, 1954, pp. 100 e 305 passim).

Dunque il pròschieru calabrese riproduce anche nell’accento l’originale greco e ne ricalca anche il significato. Le nonne spesso raccomandavano: “Non dassati cutèddi pròschieri chi si tàgghianu li figghiòli” (Non lasciate coltelli a portata di mano che si potrebbero far male i bambini) oppure, dopo aver ricercato inutilmente un arnese per tutta la casa, se ne uscivano sconsolate: “Oh, eppùru l’era dassàtu pròschieru!” (Eppure l’avevo lasciato a portata di mano!).

Il greco di Calabria ha ac-cherò-nno (comincio, letteralmente metto mano) e chere-tào, saluto, letteralmente saluto agitando la mano.