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Le Calabrie di Berto, Pavese e Calvino tra la Costa degli dei e la Riviera dei gelsomini

Le Calabrie di Berto, Pavese e Calvino tra la Costa degli dei e la Riviera dei gelsomini

brt   di MIMMO GANGEMI -

In cima al promontorio che s’arrampica dalle acque, in verticale o a petto di colomba, nella giornata l’aria muore due volte e insorge una calma piatta e silente, uno stato di sospensione: il maestrale smette di colpo d’inquietare il mare, di sagomare le facce degli uomini, i contorni delle case, di scuotere le canne negli orti, di pettinare le erbe, per lasciare il cielo ai capricci del grecale, e questo gli usa il riguardo di un tempo d’attesa, per concedergli di ritrarsi senza l'umiliazione della sconfitta, a meno che non si tratti di superbia, di non volersi mescolare con le carezzevoli folate dell’altro; risuccede al sopraggiungere delle sera, a parti invertite: tutto si quieta e tace, le ombre più cupe degli alberi s’inchiodano al suolo e il maestrale torna a svolazzare nella volta tenebrosa solcata dai pipistrelli.

Dove quel promontorio si placa al piano scelse di vivere Giuseppe Berto, in una villetta immersa nel verde, con l’occhio a largheggiare su un tratto di mare tinteggiato da colori cangianti, azzurro tenue, blu intenso, verde bottiglia, e in un incanto di scogliere e rocce chiare di tufo, spiagge di sabbia granulare e dorata, calette incassate tra spuntoni di granito bianco sporco. Intorno, una natura allora incontaminata, prati in un tripudio di fiori, agavi, fichidindia, ginestre, felci, querce.

Quel promontorio è Capo Vaticano, Costa degli Dei, a una camminata da Tropea. Berto lo scoprì all’inizio degli anni ’60. Scrisse: “appena la vidi seppi che quella terra, dalla quale si scorgevano magiche isole, era la mia seconda terra, e qui son venuto a vivere. Sto su un promontorio alto sul mare… Quando guardo gli scogli e le spiaggette cento metri sotto… so di trovarmi in uno dei luoghi più belli della terra".  E ancora, ne Il male oscuro, “… ecco, qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e penso che in conclusione potrebbe andar bene come luogo della mia vita e della mia morte”. Lo fece davvero e trasferì lì, in quel posto sospeso tra il cielo e il mare, i suoi giorni già contaminati dal male oscuro. Di fronte, le gioiose pennellate di un dio benevolo, con le isole Eolie che tranciano l’orizzonte acquoso dove va ad annegarsi il sole, tranne che sul finire di agosto, quando s’insinua tra i fumi che lo Stromboli sbuffa dagli intestini della terra e scende a farsi inghiottire dalla bocca del vulcano, ci entra giusto giusto.

Berto ci visse sei mesi all’anno. Morì lontano da lì. Ma lì venne sepolto, nel piccolo cimitero di San Nicolò, alloggiato all’ombra di un magro e austero cipresso, con pietre a delimitare il perimetro e un legno, logorato dal tempo, con su graffiato il suo nome. Se non si sa che è lì, non ci si fa caso e si tira oltre. A osservarla così anonima, sorge il pensiero che è la tomba di uno desideroso di non essere disturbato manco con le lacrime, con preghiere, con un fiore, di uno che si sentiva appesantito dal mondo, dalla sua invadente frenesia, e dagli uomini, al punto da non volerli neppure in morte, per non soffrirli, per avere tranquillità almeno là sotto dove l'uomo vale quanto le palate di terra che lo ricoprono.

Se Capo Vaticano e la Costa degli Dei oggi pullulano di turisti è anche merito di Berto, perché ne scrisse come di un paradiso, invogliando a scovarlo. Fosse in vita, inorridirebbe però. Non è più il luogo che lo incantò. La pacchianosa modernità ha deturpato e nulla più resiste dell’oasi di pace che gli condusse lì i giorni. Oggi, cemento, confusione, rumore, fretta, masse informi che snodano chiassosi passi vacanzieri. Lui già vedeva che stava succedendo, se annotò: “I calabresi… hanno sbagliato quasi tutto. È sorprendente come siano riusciti, in un tempo neanche troppo lungo, a rovinare bellissimi paesaggi”.

Se Giuseppe Berto la Calabria la scelse, Cesare Pavese la subì. Fu condannato a tre anni di confino perché antifascista, senza che lo fosse, gli capitò per salvare la sua donna, quella dalla voce rauca. Ma antifascista lo diventò, negli scritti e nelle azioni, spinto anche da quell’esilio da innocente a Brancaleone, Riviera dei Gelsomini, nel basso reggino, là dove il mare ha da poco varcato lo Stretto e ha appena scoperto d'essere diventato lo Ionio che partorisce il sole, là dove lo scirocco entra impetuoso, arrostisce l'aria, tinge di giallo il cielo, impolvera, e sbaraglia i venti senza il riguardo che dall’altra parte si usano il maestrale e il grecale.

Ci rimase solo un anno, due gli furono condonati. Condusse una vita grama e povera in una stanza in affitto con, davanti, la ferrovia, la spiaggia e un mare sempre uguale fino alla linea diritta, al confine con il cielo, dove scomparivano i piroscafi. Il treno, che sciancava lugubre il silenzio delle sue notti insonni, gli appesantiva i ricordi e i rimpianti, lo ammantava di nostalgia, gli incattiviva la solitudine. Il mare non gli piaceva – “la mia sputacchiera… nonostante sia quello di Ulisse” annotò nel diario. Lo sentiva nemico, ostile, le stimmate delle sue disgrazie, il simbolo dello sradicamento. Lo incolpava dell’oblio della donna dalla voce rauca che non gli scriveva, dannandogli sempre più i giorni man mano che il perdurare del silenzio aggiungeva distanza. Dal mare scansava gli occhi. Ma lo aveva lì a ingombrargli la vista, e gliene giungeva il fruscio, le sfuriate di onde impetuose alla riva, le parole dei pescatori trasportate dal vento. Il mare per lui valeva quanto il Po, e al Po lo riportava. Dal Po, alla nobile Torino, alle passeggiate al Valentino, e alla donna dalla voce rauca che continuava a restarsene muta, persino quando gli si stagliava ombra cupa dentro i sogni.

Non é vero che non amô quella terra. Non amò che vi fosse costretto, che l’essere lì lo togliesse dal cuore dell’amata. La campagna brulla di Brancaleone gli ricordava le Langhe dei suoi antenati – quelle Langhe a cui, un paio di decenni dopo, diedero nuova linfa e vita le donne calabresi, lì mandate spose. E ne alimentò la creatività, Brancaleone: nei suoi scritti si riconoscono personaggi incontrati lì, campagnoli dai volti imbruniti dal sole cocente, pescatori scavati e rugosi, il mendicante ed Elena del romanzo “Il carcere”, il contadino disperato ne “La luna e i falò”. Pure, lì gli franò di più la vita, lì costruì un po’ della sua morte, perché gli si affacciò l’idea del suicidio – in una lettera alla sorella chiese che gli mandasse del sapone, per poter insaponare la corda con cui impiccarsi.

Anche Italo Calvino scese in Calabria, negli stessi luoghi di Berto, prima di Berto. A Capo Vaticano giunse per la sua raccolta di “Fiabe italiane”, e per seguire le tracce di un’avvenente giovane conosciuta e amata qualche anno prima. Pernottava nell’alberghetto di zi’ Maria, a due passi dal mare. Da lì partiva in Lambretta alla volta del paesino dove la ragazza viveva facendo la sartina. In compagnia di un amico del luogo, che se ne stava in piedi sul predellino davanti. In quelle poche case dove il solo scambiare caste parole con uno sconosciuto bastava a impolverare l’onore di una donna, Calvino si spacciava sarto, pensando fosse sufficiente a giustificare le visite a una di uguale mestiere. E parlava da sarto. Poi attendeva l’occasione, notturna e furtiva, per rigodere delle carni inquiete.