Direttore: Aldo Varano    

STORIE a SUD. Il mio Ingrao, la Calabria e il compagno Saul

STORIE a SUD. Il mio Ingrao, la Calabria e il compagno Saul

ingrao   di MATTEO COSENZA -

Di Pietro Ingrao, a cui oggi diamo l’ultimo saluto, tra i tanti ho due ricordi molto nitidi, che ambedue riconducono per molti versi a mio padre Saul. Il primo risale al 1970. Vedo, come se fosse ora, Pietro Ingrao, accompagnato da Diego Del Rio, entrare nella sezione Lenin del Pci di Castellammare, in via Marconi, salutato da un segretario cittadino raggiante, il “compagno Saul” che aveva osato ed era riuscito a far venire per un comizio in una delle principali roccaforti della federazione napoletana comunista l’antagonista di Giorgio Amendola.

Mio padre, per altro operaio del cantiere navale, era legatissimo ad Amendola ma non per questo non simpatizzava per le tesi operaiste di Ingrao: per lui erano due dirigenti comunisti straordinari, e questa bastava ed avanzava. Né fu un caso che ad accompagnarlo fu mandato un indimenticabile compagno, Del Rio, che si occupava della commissione enti locali ma che non era uno dei massimi dirigenti della federazione dominata dalla componente cosiddetta amendoliana (Napolitano, Chiaramonte, Valenzi, Valenza, Mola, Fermariello, Geremicca, e tantissimi altri).

Oltre che a Castellammare Ingrao poté andare solo ad Avellino, il cui segretario della federazione era Antonio Bassolino, mandato lì a farsi le ossa dopo la spaccatura, con seguito di espulsioni e radiazioni, che c’era stata con i compagni che sostenevano le tesi del “Manifesto”.

Tornando a Castellammare, fu un bel comizio (nella foto) e per me, giovanissimo, fu una forte emozione dare la parola a Ingrao che infiammò la piazza, un'affollatissima Villa Comunale, quando concluse dicendo che “il nostro esercito ha come divisa le tute blu e come elmetto i caschi degli operai”.


Un salto di quasi quarant’anni ed eccoci, circa otto anni fa, in Calabria. Era appena uscito “Volevo la luna”, le memorie di Ingrao. Io ero a Cosenza dove dirigevo il “Quotidiano della Calabria”. Nel leggere il libro, denso per vissuto e per scrittura, mi colpì – e non poteva essere diversamente - a pagina 105 il capitolo “In Sila”, che raccontava il periodo della sua clandestinità calabrese. La decisione di mandarlo in Sila, nei “boschi maestosi di Camigliatello”, era stata presa dal partito dopo che era scattato l’allarme sulla sua sicurezza personale: Ingrao, allora capo della Resistenza a Milano, era stato considerato in gravissimo pericolo.

Ne parlai con un collega, Antonio Morcavallo, e decidemmo che bisognava cercare subito qualcuno dei comunisti – nel 1943 ce n’era una bella compagine a Cosenza e soprattutto in Sila – che, loro o i loro avi, avessero avuto rapporti con il dirigente del Pci. Fummo fortunati – ma nel mio mestiere la fortuna è inseparabile dalla voglia di conoscere e, quindi, di cercare – e riempimmo pagine e pagine del giornale. Trovammo il figlio del compagno, Armando Forgione, un tagliaboschi, che aveva ospitato Ingrao («se ricordo bene», scrive lui). E scoprimmo, tra l’altro, che in quella casa era conservato l’archivio cosentino del Cln. Si trattata di un puntuale elenco di tutti i fascisti, comune per comune del capoluogo e della provincia, che avevano avuto ruoli e funzioni politiche e pubbliche e che potevano tentare di riciclarsi secondo lo sperimentato costume italico dei cambi di casacca. E ora vengo di nuovo a mio padre.


Un pomeriggio di quei giorni, nella mia stanza, oltre a Morcavallo, c’era questo compagno. E da compagni parlammo a lungo, lui raccontò tante cose e io, un po’ chiacchierone come sempre, ricambiai con episodi della mia esperienza e soprattutto, della vita di mio padre. Non lo ringrazierò mai abbastanza per quella conversazione che fu decisiva per un lavoro che cercavo, non riuscendovi, di concludere. Infatti, lui mi disse: «Ma queste cose le hai scritte?». Risposi: «Dalla sua morte, il 12 gennaio 1981, tento di farlo ma inizio e poi mi fermo, dopo qualche tempo riprendo ma inevitabilmente interrompo di nuovo. Purtroppo sono troppo preso, sono dentro il racconto, non trovo mai la distanza giusta». E lui, sorridendo: «E tu vorresti trovare la distanza da tuo padre? Ma non ci riuscirai mai».

Per un po’ stetti zitto guardandolo e pensando a quello che mi aveva detto, poi capii che aveva ragione e che per anni aveva girato attorno a un problema irrisolvibile: quella distanza io non l’avrei mai potuta avere e dovevo scrivere come un figlio del proprio padre. Così ripresi gli appunti e portai a termine “Il compagno Saul”. Addio, compagno Ingrao.

*Foto dell'archivio personale di matteo cosenza