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L'INTERVENTO. I gay e il Che Guevara

L'INTERVENTO. I gay e il Che Guevara

il che   di ANTONIO CALABRÒ -

La ricorrenza della morte di Ernesto “Che” Guevara diventa così motivo per postare innumerevoli suoi ritratti su Facebook, per recitare aforismi forse neanche suoi, per spacciarsi come resistenti e comunisti nell’era del delirio di onnipotenza individuale, dove la comunità esiste solo se è folla di fans o per meglio dire di “followers.” Anche il povero Che, così, diventa barzelletta e giocattolo disperdendo la tragicità solenne della sua complessa esperienza.

Non sarebbe stato contento, lui, di apparire sulle magliette. O di essere citato da energumeni che vivono di slogan e di frasi fatte, e che di senso della comunità non ne hanno neanche un pizzico. Non sarebbe stato contento, affatto, di essere portato ad esempio da personaggi che fanno della mediazione, anche losca e spessissimo funzionale solo ai loro obiettivi, uno stile di vita.

Ma ciò che dovrebbe far riflettere è il tentativo di addomesticare la sua biografia ad uso e consumo. D’infilarlo, anzi, nell’addomesticamento generale della Storia. Quelli che pensano che l’uomo sia buono, negano le malefatte. Quelli che pensano che sia cattivo, le evidenziano.

Semplicismi di autori inflazionati. Ormai ciascuno è autore di qualcosa. Basta un profilo Facebook, uno scarabocchio spacciato per opera d’arte, quattro versi dettati dalla sbronza, un giro di “Do” contornato da una bella frase fatta, ed ecco gli autori del presente. Un circo, insomma.

I KuKluxKlanisti anti-omosessualità, per liberarsi dagli incubi che si portano dentro, sparano a tutta sulla ostilità del medico argentino verso i gay. Probabilmente vera, vista l’epoca, e visto il contorno. Si combatteva, allora, e il sangue zampillava come nelle migliori fontanelle della città. Si perdevano braccia, gambe, occhi. I proiettili calibro 50 dei cecchini tiravano via pezzi interi di corpo. Le bombe dei mortai facevano poltiglia di esseri umani, cani e alberi. Il vecchio Ernesto (visti i tempi) non si fidava dei gay, sbagliando sicuramente. La Falange Tebana fu uno dei reparti più potenti della storia, ed era composta interamente da gay. Sbagliava, e quindi? L’errore è proprio questo. Pensare agli idoli fatti solo di un colore, di un sentimento. Incapaci di sbagliare. Eppure Jim Morrison, l’epocale artista della libertà, amava gli indiani ma detestava i neri. Picasso usava le donne come materassini. Oscar Wilde detestava i poveri. Michelangelo era tirchio. Verlaine un ubriacone. Da qualsiasi parte li guardi, tutti gli uomini hanno una riserva d’orrore. Ernesto Che Guevara non sopportava i gay e spesso li ha spediti in campo di concentramento. Ed era anche piuttosto violento. Ha ucciso di sua mano molti nemici.

Ma perché Guevara è diventato un mito occupando le magliette di tutte le nuove generazioni, gay (quelli che ignorano la storia) compresi? Nessuno lo osanna perché campione dei diritti umani. Il suo mito è quello del Ministro potente cha lascia soldi e onore in cambio della foresta dove organizzare la guerriglia. Molti altri hanno fatto come lui. Ma nessuno lasciando soldi e onore e rinunciando a tutto. Pensava che la rivoluzione delle masse fosse l’unica soluzione, c’ha creduto fino a farsi ammazzare. S’è giocata una vita lunga e beata in cambio di un principio.

Un mito che prosegue, da Achille in poi. Il coraggio, e la capacità di sacrificarsi. Per la gloria, per la musica, per l’arte. Nel suo caso, per il suo sogno di giustizia sociale. Almeno così lui credeva.

Molti di quelli che ne parlano non lo avrebbero fatto. Tutti, in ogni caso, rinunciano a fare i conti con la contraddittorietà di un secolo terribile come il Novecento, periodo storico vissuto per intero dentro contraddizioni laceranti e orribili.

La necessità del mito e dell’eroe, in una società sempre più povera di contenuti, cresce di giorno in giorno. L’individuo primeggia ed è forse per compensare la sua pochezza riduce il mito a una barzelletta. Hasta la derrota, vecchio Che.