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LA PAROLA e LA STORIA. Porcu

LA PAROLA e LA STORIA. Porcu

prc  di GIUSEPPE TRIPODI -

Porcu, maiale, cinghiale addomesticato. Nella dialettica selvatico-domestico si può rintracciare l’etimologia della parola: dal latino porca, terra rilevata tra due solchi (G. Semerano, Dizionario della lingua latina e di voci moderne, sub voce) che canalizzava le acque impedendo l’appesantimento dei terreni seminativi, quindi recinto, è derivato << porcus, maiale domestico, chiuso nel recinto a differenza dal selvatico aper …(ib.).

Isidoro di Siviglia (Etymologiae, Liber XII, I, 25) taglia invece corto e riconduce la parola alla sporcizia: Porcus, quasi spurcus ...

Il lat. aper (porco brado) si conserva nel sardo apru ed entra in porkàbru (porkus-aper) nonché in suabra (sus-apra femmina del cinghiale) (si veda M. L. Wagner, Dizionario etimologico sardo, Nuoro, Ilisso, 2008, sub voce) e nell’omofono calabro-rossanese polkràpu.

Porci e cinghiali sono stati importante fonte alimentare per i popoli cacciatori e conquistatori come i Longobardi presso i quali, secondo l’Editto di Rotari (680 d. C.), il servus porcarius beneficiava del risarcimento più oneroso in caso di lesioni volontarie o morte procurata.

Ma il latino aper deriva dal greco (k)apros, cinghiale, forma semplificata di sus kàprios, maiale selvatico, che probabilmente ha dato luogo (attraverso skaprios > scrafios anche a scrofa, la femmina del maiale.

In greco si registra il verbo kaprìzo, sono dissoluto, che assimila l’animale all’uomo almeno nella ricerca sfrenata del piacere.

Da ciò derivano le invettive (Porco! e Troia!) con cui gli umani delusi dell’uno e dell’altro sesso reciprocamente e volgarmente si gratificano.

Ma Alessandro Tassoni, La secchia rapita XVI 131, difende l’onorabilità della scrofa “… la quale si lascia chiavare da un sol porco e una volta l’anno”.

Scrufìna o Scufìna era parola diffusa in tutta la Calabria e indicava la madrevite del torchio; era incastrata al centro di un asse che, girato a mano in senso orario da due operai impugnanti le estremità, scendeva sulla grande vite di legno intorno alla quale erano impilati i fiscoli riempiti di vinacce o di pasta delle olive macinate.

La pressione sui fiscoli faceva colare l’olio o il vino.

L’unico elemento semantico che lega l’aggeggio alla scrofa (donde scrufìna, troietta) è l’accezione ingiuriosa del termine, il suo scendere con forza sulla vite cercando spudoratamente di farsi penetrare.

Interessanti altri sinonimi per la femmina del maiale: frisìnga, degna di entrare nell’Accademia della Crusca per Padula (V. Padula, Persone in Calabria, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1967, p. 48) con il diminutivo frisinghèddha indicava la porcella che non ha ancora figliato. Per Rohlfs, che di tedesco se ne intendeva, la parola deriva da un germanico friskinga, porchetto, passando attraverso il francese antico fressange.

Non possiamo tralasciare la maialìna, scrofa destinata alla macellazione cui un praticone, detto appunto maialinàru, toglieva le ovaie attraverso un taglio ad uno dei fianchi; sicché, non più sottoposta alle insorgenze amorose e opportunamente alimentata, ingrassava in fretta per finire in bellezza.

Il maialinàru era anche colui che si occupava di castrare (scugghiàri) il porco maschio ricevendo come compenso le cose che aveva scardinato alla povera bestia.

Interessante linguisticamente è una malattia dei maiali che ne disseminava il collo di piccoli rigonfiamenti che a volte si trasformavano in pustole; magùlà si chiamava questa malattia con derivazione dal greco magoulàs > màgoulon, guancia.

Magulà indicava anche la parotite, infiammazione con rigonfiamento dietro l’orecchio con estensione anche sulla guancia.

Rileva inoltre che una malattia gravissima con gonfiori e pustole in zona collo-guancia, che però erano sintomi di gravissima malattia tubercolare che portava anche alla morte, venisse denominata scrofolosi con chiaro rimando al magulà porcino.

Per oltre dieci secoli, fino a metà Ottocento, i monarchi di Francia si vantarono, costruendo schemi mentali e credenze popolari adeguate, di guarire la scrofolosi col solo tocco del malato (vedasi Marc Bloch, I re taumaturghi, Torino, Einaudi 2005, prima edizione 1924).

Insomma storia di simbiosi linguistica tra uomo e animale che in alcune zone della Calabria era anche convivenza reale:

Il porco in Calabria dorme sotto il letto, scorazza per le vie, vi si conduce a passeggiare nelle piazze, spinge il grifo nel caffè, si ferma innanzi alle bettole per raccogliere le bucce di lupini e di castagne che gli buttano i bevitori, e, quando bene gli pare, entra in chiesa a sentire la predica (V. Padula, Persone in Calabria, cit., p. 46).

Cose non dissimili scriveva Umberto Zanotti Bianco nella prima metà del Novecento su un paese dell’Aspromonte meridionale (Tra la perduta gente, inchiesta su Africo apparsa prima nel 1928, poi sul numero de “Il ponte” dedicato alla Calabria (1946) e nel 1998 per i tipi dell’editore Grisolia di Catanzaro).

Il porco veniva detto anche ‘Ntoni, da Sant’Antonio Abate che ne era protettore che si celebra il (Santo del Porco lo chiama Gramsci nelle Lettere dal carcere precisando che quello, e non Sant’Antonio da Padova, è il suo protettore).

I bambini usavano grattare dolcemente la pancia del maiale che, come in estasi, si sdraiava a terra e aspettando la prosecuzione del trattamento.

Allora il bimbo integrava il solletico con questa domanda:

‘Ntoni, ‘Ntoni, ‘Ntoni / ti sciali e ti rilassi / ma quando mori / quali anca mi dassi?

Il porco ormai in solluchero allungava l’anca di dietro e il bambino strillava tutto contento: <<U gambùni mi dassa, u gambùni!>>

Gambùni sta per prosciutto come il francese jambon e il castigliano jamon.

I proverbi prescrivevano analoga attenzione pedagogica verso i cuccioli di uomo e di porco (porcèddhi e figghiòli comu li mpari li trovi) o, addirittura, stimavano più produttivo occuparsi di questi ultimi: non criscìti figghiòli, crìsciti porceddhi chi a capu i l’annu li vindìti o li mmazzàti e vi cundìti lu mussu.

I contadini poco si fidavano delle stime sul peso dei porci vivi e della ricchezza dei commercianti: commercianti e porcu stìmalu quando è mortu.