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PER ADELE. Ma Reggio “bella e gentile” non l'accettò mai

PER ADELE. Ma Reggio “bella e gentile” non l'accettò mai

adele cambria   di ALDO VARANO -

Irriverente. Irrispettosa. Determinata fino a sembrare testarda. Subalterna, mai. Soprattutto mai subalterna agli uomini. Anzi, polemica con tutte le culture del mondo che intuiva e percepiva tracciate dall'orma maschilista dell’arroganza e dalla faziosità.

Un mondo da ricostruire con un’altra sensibilità perché fosse veramente di tutti e non solo di metà del cielo. Su questo Adele s’è giocata la vita. Per questo è stata polemica contro tutte le culture dell’emancipazione femminile che promettevano alle donne di diventare come gli uomini. Lei fu una delle teoriche della differenza. La differenza femminile. Non solo non si trattava di far diventare le donne come loro ma bisognava valorizzare lo specifico femminile come un valore aggiunto e nuovo che fin qui non era stato usato nella storia dei gruppi umani. Il femminismo come valore originale, come dispiegamento di una sensibilità che ogni volta che aveva tentato di emergere era stata combattuta e dispersa.

La donna che osava tanto aveva iniziato a pensare proprio a Reggio Calabria e lo rivendicò fino alla fine. Non come Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti) scrittrice italiana tra le più importanti del Novecento, che nascose tutta la vita la sua calabresità (e perfino il cognome che riportava alla Calabria) convinta che così l’avrebbero accettata meglio. “Una volta che l’intervistai – mi raccontò Adele - le feci con arroganza la domanda che tutti a Roma dicevano non si dovesse mai farle. ‘Lei è calabrese?’ Quasi oscillò tra vergogna e rabbia, farfugliò qualcosa che non capii e di fatto l’intervista finì lì”. Concluse: “Certe volte siamo insieme così grandi e così smarriti”. Adele, fino all’ultimo, ebbe invece un rapporto denso con la sua città che pure l’aveva trattata come una matta esaltata, indicandola come cattivo esempio per le ragazze e le donne cresciute nelle famiglie della media e buona borghesia reggina.

Mi raccontò di avere sofferto molto per l’attacco che le aveva sferrato La Voce della Calabria, lei giovanissima, dopo la pubblicazione di un suo articolo sul Borghese di Leo Longanesi sulle ragazze della Calabria. Era il 1955 e La Voce, a Reggio, anziché fare i conti con quello che aveva scritto andò giù con calunnie vomitando un sessismo di bottega che allora aveva una grande presa.

A Reggio quelli della Voce si erano posta una domanda a loro avviso intelligente e comunque di grande presa in città: come mai una femmina e per giunta sconosciuta scrive su una rivista così importante? E la risposta era stata netta e logica: proprio perché è femmina ed è giovane, ecco perché ce l’ha fatta. Insomma, l’unico modo per arrivare era quello più antico del mondo a disposizione delle femmine: usare il proprio corpo come mezzo di promozione sociale e di carriera. Adele aveva corrotto, questa l’insinuazione sparata in prima pagina, il direttore del Borghese o di qualcuno potente che in cambio di non è difficile immaginare che cosa le aveva consentito l’inspiegabile salto. Non poteva che essere andata così. Uno di quegli argomenti che riuscivano, lei futura femminista dei cori il “corpo è mio”, a farla infuriare.

“Ma la cosa più sconcia – mi disse – fu che la città si schierò compatta contro di me. Contro una donna bastava lanciare un sospetto. La città lo trasformava rapidamente in certezza. Mio padre, dopo che denunciammo il giornale, non riuscì a trovare un avvocato di Reggio disposto a rappresentare le nostre ragioni in tribunale. Avevano tutti una scusa e alla fine fu chiaro che nessuno voleva compromettersi col rischio di diventare ‘un nemico della città’. Fummo costretti a fare arrivare un avvocato da Napoli”.

I Cambria vinsero in Tribunale e La Voce venne condannato a pagare i danni chiesti dal signor Cambria: 1 lira. “Perché mio padre era un signore all’antica – concluse Adele – inseguì la soddisfazione morale mica voleva guadagnarci. E spese 400mila lire per pagare l’avvocato”.

Certo, era anche molto soddisfatta quando me lo raccontò. Credo misurasse con precisione il percorso fatto da quegli anni così bui.

E lei si sentiva fiera di aver fatto da apripista in quella barbarie – aggiunse gelandomi – “che era la città bella e gentile che tutti rimpiangete”.

*foto mdv