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LA PAROLA e LA STORIA. Tàgghiu

LA PAROLA e LA STORIA. Tàgghiu

gtts   di GIUSEPPE TRIPODI -

Tàgghiu, linea di lavoro che implica la recisione di qualcosa (mietitura, taglio della sulla o dell’erba), la scugna (zappatura della vigna) o l’aratura del terreno.

I lavoratori si disponevano lungo il tàgghiu e cercavano di non rimanere indietro rispetto a chi lavorava di più e senza malizia. Gli stacanovisti e i ritardatari si dovevano adeguare e, in ogni caso, anche per il padrone era preferibile avere a che fare con lavoratori dall’impegno costante anziché con performers dal rendimento a ‘fuoco di paglia’.

Il tàgghiu era, ovviamente, anche un luogo di chiacchiere e pettegolezzi: Diu mi ndi lìbera di li fimmini a lu suli e di l’òmini a lu tàgghiu! (Dio ci liberi dalle donne al sole e dagli uomini al taglio); infatti lo spettegolare di qualcuno si dice tagghiari (ndi mìsimu a sparrari di Cola e lu tagghiàmmu assai!).

Oltre a tagghiari esisteva il composto ex-tagghiari > (e)s-tagghiari > s-tagghiari con significato di interrompere il flusso, dividere. Esempi: a) dopo aver irrigato utilizzando un solco per la derivazione dell’acqua lo si stagghiàva, cioè lo si chiudeva all’inizio deviando l’acqua da un’altra parte; b) lo stick emostatico si chiamava stagghiasàngu e, in presenza di una emorragia per il taglio di un dito, la prima cosa che si faceva era trovare un laccio anche rudimentale per legare a monte l’arto e interrompere il flusso del sangue; c) stagghiari era verbo che indicava sia lo svezzamento (l’interruzione del flusso del latte) del bestiame, specialmente minuto, che quello dei bambini: staggliatìzzi si chiamavano agnelli e capretti non più da latte e, nello stazzo, c’era uno spazio stagghiàtu (separato) nel quale venivano rinchiusi per evitare che si attaccassero alle poppe materne; d) quindi stagghiari significava anche suddividere uno spazio in altri di minore dimensione; e) stagghiari significa anche ‘prendere una scorciatoia per tagliare la strada a chi cammina poco davanti” ed f) deviare il corso di una fiumara per peescarvi poi le anguille sul tratto dismesso.

Un rilevante sinonimo di ‘tagghiari’ è cuzzàri, greco kóptō, grecanico di Gallicianò cospi, grecanico di Bova cozzi, grecanico di Roghudi cossi, con significato sia reale che metaforico: un cane con la coda tagliata è cuzzu, un artigiano che aveva un solo scalpello e che poi gli si è rotto è rimasto cuzzu, cuzzi sono le castagne piccole che sono distinte da quelle più grosse dette ‘nserti; ma cuzzàri significa anche stroncare dei pettegolezzi fatti in assenza degli interessati.

Il verbo ha ricadute nei cognomi calabresi: Cuzzocrea, che ha anche il corrispondente italiano Tagliacarne, appartenente a stirpi di macellai, Cozzùpoli con le sue varianti (Cuzzùpuli, Cozzucòli) dalgreco Cutso-pùlos, cognome appartenuto a dinastie di ladri dato che significa letteralmente taglia-porte, Cuzzomìtti, con la variante reggina Chizzonìti, nasotagliato ergo ‘camuso’ (è noto che i greci erano e sono piuttosto abbondanti in fatto di naso) nonché Cuzzopòdi, piedetagliato, rinvenuto da Rohlfs ha rinvenuto in un documento vibonese del 1188: “Il cognome ha dato origine a Cuzzopòdini (oggi Cocipèdoni) casale nei pressi di Scido (Aspromonte)” (Dizionario dei cognomi e dei soprannomi, alla voce).

Chiudiamo parlando di due strumenti da taglio.

Anzitutto l’ arpa, dal greco hárpē,ēs, falce fienaia costituita dalla lama ricurva innestata ad angolo di 90 gradi nel manico che aveva una impugnatura all’estremo per la mano sinistra e, a metà dello stesso, quella per la mano destra.

La parola greca è imparentata con arpàzo , rapisco, porto via e ciò spiega il perché l’arnese, nell’iconografia medievale, si ritrova spesso in mano alla morte.

In Esiodo (Erga 571) ci sono indicazioni sul periodo giusto per usare l’arpa: Ma quando la lumaca dalla terra si arrampica sugli alberi (verso la metà di maggio), fuggendo le Pleiadi, non è più tempo di sarchiare le viti ma affila le falci ed esorta gli schiavi.

Dal greco deriva anche il nome dello strumento musicale, forse per la rassomiglianza che lo zoccolo e la colonna di questo hanno con la lama e il manico della falce.

Altro importante strumento per tagliare la legna era la sciùni, da ascia, a-sciuni con l’aferesi dell’iniziale che ben si è prestata a fare da articolo (a-sciùni), con una complessa variante non censita neanche da Rohlfs: murro-pèlica, scure non affilata, composta da murro- (dallo spagnolo morro, ‘cualchier cosa redonda’ che non è notoriamente la forma adeguata alla lama, da cui il calabrese murriùni, coltello muzziàtu cioè non affilato, con la lama rovinata dall’uso eccessivo o improprio che se ne è fatto) e dalla parola greca pèlecus-eos, scure, ascia, con ascendente accadico palàku, tagliare.  

 

*Guttuso, contadini al lavoro, 1952.