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SPECIALE A LANTERNA MIMMO GANGEMI

SPECIALE A LANTERNA MIMMO GANGEMI

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IL SOGNO TARDIVO

di MIMMO GANGEMI - Sulle panchine del Corso i vecchi si lasciavano vivere, o morire.

Canuti, la pelle arida e raggrinzita e pensieri estranei alla vita che si affannava attorno, sostenevano il mento sul dorso delle mani poggiate sui bastoni. Lì offrivano penosa vista, tremolando le gengive vuote, inseguendo ricordi giovani, bramando parole e attenzioni che mai arrivavano. Attendevano certezze, quelle aggiunte dagli anni a smorzare le inutili pene e la frenesia terrena. Scandivano un lento scorrere di tempo, di sicuro altrove più veloce, sprigionando un senso di immutabilità.

Anche Giuseppe arrancava lenti e trascinati i passi sui marciapiedi. Più vecchio e ansimante, andava a fare muta compagnia agli altri, solo ora suoi coetanei, per il cumulo degli anni. Guizzava però occhi stranamente inquieti, ancor più al contrasto dei segni impietosi dell’età, e uno sguardo lontano a inseguire caparbio un sogno da venire: l'uguale scorrere del nuovo millennio.

Proprio quel pensiero – suggerito da chissà chi e subito accanita ossessione – lo aveva sospinto avanti, mentre intorno uno a uno gli cadevano i compagni. Lì, al tiepido sole di primavera o all'ombra dei tardi pomeriggi d'estate, consumava ore che lo separavano dal traguardo dell'aver respirato l'aria di tre secoli. Con la caparbietà dell'attesa risospingeva indietro l'unico ostacolo: la morte.

Ma nulla poteva contro il lento annebbiarsi della mente, che sempre più si accavallava all'ansito dell’ostinazione di varcarla infine quella soglia, anche di un soffio, purché bastasse a coronare il sogno tardivo della sua vecchiaia.

E si smarriva a volte, per il sangue traditore che gli scorreva lento e parco, fino a perdersi in un mondo nel quale scompariva l'ansia del traguardo, in anni lontani improvvisamente nitidi e presenti, come vissuti davvero, di quando soltanto lui decideva a cosa coltivare le terrazze dell'orto o se fosse il tempo giusto per impalare i fagioli, di quando avvertiva nella sua stanchezza il momento che anche i figli smettessero il lavoro.

Ancora si risvegliava all'intento, in un alternarsi nel quale lentamente però vinceva l'antico.

E "sputa" si diceva con accorato puntiglio quando, appena lucido, vagamente intuiva lo smarrimento di poco prima, rammentando il gioco da ragazzi a colpirsi con le canne sulla testa, che pretendeva uno sputo per scongiurare il rischio della morte vicina.

Ci arrivò al passaggio. Ma non lo seppe mai: l'alba del duemila lo colse smarrito nei ricordi, mentre giovinetto correva in affanno di fatica e paura su pietraie del Carso che non valevano una guerra, o mentre, più adulto, si dannava con la zappa a rivoltare la terra o si gustava il podere appena comprato con gli anni d'America.

Fino all'ultimo giorno ripercorse vivide ore di gioventù, sorpreso alla vista delle mani ingentilite dagli anni inutili, sempre muovendo rumorose, sciacquettanti e rapide le labbra come quando rinvigoriva la brace del sigaro che si andava spegnendo, ora canuto e immutabile al pari dei ritrovati compagni.

E "sputa" ripeté un attimo prima di arrendersi alla morte.