Direttore: Aldo Varano    

LA PAROLA e LA STORIA. Gaddhu/2 (Patologie, paremiologie e antropomorfismi)

LA PAROLA e LA STORIA. Gaddhu/2 (Patologie, paremiologie e antropomorfismi)

galline2   di GIUSEPPE TRIPODI

- L’amico Mimmo Cerchiara di San Lorenzo Bellizzi (CS), letta la voce gaddhu su Zoomsud del 12 dicembre, mi ricorda la cantata a ‘gaddhu’ della gallina! La cosa non era normale e quando avveniva, in genere alle prime luci dell’alba, se ne traevano cattivi presagi; perciò la massaia, specie se la cosa si ripeteva, identificava l’anomala cantante e la faceva finire in casseruola.

Scoddharizza era una gallina dal collo privo di piume (indicata come ‘collonudo’ nelle tassonomie avicole) dall’incerta origine (Carpazi? Sumatra?); era molto rara nei pollai domestici (non più di una o due su alcune decine) perché rarissimi ancora erano i galli con queste caratteristiche. Aveva una ‘cravatta’ di piume sulla parte anteriore del collo e la coda superba; molto apprezzata per la prolificità e per la qualità della carne.

Di tutte le patologie aviarie occorre ricordare, oltre alla podagra, il peddhizzuni che faceva perdere il piumaggio con riflessi negativi sulla fetazione; lo si attribuiva a qualche spavento ed era sinonimo di paura anche per gli uomini; Stefano D’Arrigo infatti ha italianizzato quest’ultima accezione (pellizzone) in quella sorta di grande dizionario onomaturgico che fu Horcynus Orca: “Straviate: come gabbiani dirottati sullo scill’e caridddi da qualche tempestona oceanica, che da Gibilterra rintrona nel Canale e fa venire il pellizzone, i brividori di pelle” (Milano, Mondadori, 1975, p. 12).

Si registrava anche gaddhiari, fare il prepotente come fa il gallo, gaddhufascianu, gallo cedrone,nonché galluffo, gallo ermafrodita inadatto alla riproduzione ed, estensivamente, riferito a uomo di incerto orientamento sessuale o sterile conclamato; altra cosa era u capuni cui erano stati espiantati gli attributi per favorirne l’ingrasso.

Le galline che non fetavano venivano sottoposte a ‘visita digitale endoanale’ per verificare la prossimità o meno della futura deposizione.

Chiocca era la gallina colpita da misticismo materno che si acquattava (sedìva) estraniandosi dalla vita delle consorelle, digiunando anche, e attendendo che la massaia predisponesse per lei la covata di uova pizzicate (fecondate attraverso un rito erotico che culminava nella pizzicata plateale sulla cresta della femmina) e riconosciute tali guardandole controsole; jnchiri la ghiocca definiva l’intera operazione.

Chiocca era detta anche la costellazione delle Pleiadi che nel nostro emisfero è visibile dalla primavera inoltrata all’autunno; in tutto otto stelle minori (i pulcini) raccolte intorno ad Asterope, la più luminosa, cui nell’immaginario popolare competeva la funzione di chioccia. Serviva da orologio ai contadini che, dal suo apparire ( spuntau la chiocca, nchianau la chiocca) in orario antelucano, arguivano che era giunto il momento di alzarsi dal letto.  

Ghiocchiari era il verbo che indicava la condizione della chioccia e, dopo il periodo di gestazione, i pulcini cominciavano il loro viaggio nel mondo con un pezzo di scorza d’uovo attaccata al posteriore; ancora ndavi la scorcia di l’ovu ttaccata a lu culu si diceva, deridendolo, di chi voleva apparire più grande dell’età che aveva.

Numerosi i riferimenti folklorici: da gaddhineddha zoppa zoppa (gioco infantile in cui i partecipanti mettevano sul tavolo le dita di una mano e una voce recitava la cantilena posando il suo indice in successione sulle dista esposte; il dito che coincideva con la fine veniva eliminato e il gioco proseguiva fino a che non restava un unico dito vincitore, / quantu pinni teni ncoppa / eu ndi tegnu vintitrì / unu, dui e tri) ad una varia e paremiologica fraseologia: parra quando piscia a gaddhina! (detto imperativamente a chi deve tacere per minore età o per minore importanza all’interno di un contesto sociale determinato) o, anche, il coloritissimo la gaddhina faci l’ovu / e a lu gaddhu nci bruscia lu culu appropriato a tutte le situazioni nelle quali c’è chi lavora producendo ‘l’uovo’ in silenzio e chi, nulla avendo fatto di utile per la società, trova tuttavia modo di lamentarsi.

Ma le metafore, nella società contadina condizionata da gerarchie eso- (i padroni) ed endo-familiari (i padri), erano l’unica e non tanto criptata attività corrosiva che i sottoposti potevano permettersi; ad esempio la somiglianza tra il gozzo delle galline (u bozzu), primo ricettacolo in cui il becchime veniva ammollato prima della digestione, e l’ipertrofia tiroidea degli umani suggeriva di rintracciarne l’eziologia nell’ingurgitazione forzata delle ingiustizie che, per essere metabolizzate, avevano almeno bisogno di decantarsi nto bozzu d’i cristiani.

Onde si diceva sta cosa non mi calàu oppure mi restàu ccà, indicando la gola per significare che ‘il rospo’ era difficile da ingoiare, o anche eu non aju bozzu! tutte le volte che, pur con sofferenza o timore, si erano pronunciate verità scomode verso l’interlocutore; in questo caso si accampava la scusante che, non avendo u bozzu dove parcheggiare l’ingiustizia subita, si era costretti a dire la verità.

Chiudiamo, a proposito di metafore pollaiesche, con i versi che Vittorio Butera (poeta di Conflenti, CZ, 1877-1955) scrisse l’8 aprile 1925, un trimestre dopo che Mussolini davanti alla camera dei deputati aveva pronunciato il requiem per le istituzioni liberali: “ … stu gallu ch’è passatu / edi nu scienziatu / e ppe’ ‘stu vicinatu / ‘u gualu nun se trova. / Sa fari tuttu. E si, pardiu, cce prova / te caca ppuru l’ova ! - / ‘A voce ha ccaminatu, / e mmoni chiru gallu / è statu dichiaratu, / ppe’ ssapiri e ppe’ ‘ngegnu, / ‘u primu de stu regnu!” ( Conflenti e conflentesi, Reggio Calabria, Città del sole 2013, p. 160).