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LA PAROLA e LA STORIA. Misuràri granu

LA PAROLA e LA STORIA. Misuràri granu

gra   di GIUSEPPE TRIPODI

- La misurazione degli aridi avveniva a mezzo di contenitori reali e, per alcuni multipli come il tùminu, chiaramente derivati dalla replicazione del contenitore più grande per un numero di volte convenzionale; il peso guida era quello del grano.

La misurazione, in una economia agraria pervasa da contratti di mezzadria (a metati) in cui al momento della trebbiatura ognuno dei contraenti si presentava sull’aia per recuperare la quota di raccolto che lui competeva, serviva per fare le parti tra il proprietario del terreno e il conduttore ma anche per i baratti tra i cereali e alcuni legumi (fagioli soprattutto) che si coltivavano nei terreni irrigui: in genere lo scambio avveniva alla pari (un quarto di grano con un quarto di fagioli) e il minor peso della leguminosa si giustificava per la rarità sul ‘mercato’ o per la maggiore difficoltà di produzione.

A volte il baratto avveniva tra leguminose siccane, prodotte cioè in terreni non irrigati come le favi e i ceci, ed altre provenienti da terreni irrigui: se le quantità erano minime l’unità di misura era la junta, cioè quanto poteva essere contenuto nelle mani giunte di una persona: quattru junti di ciceri, du junti di fascioli, etc. etc.

Salvatore Jacopino da San Pantaleo detiene presso il suo frantoio un antico e rarissimo strumento di paglia intrecciata contenente le misure del cròppulu (800 grammi di grano) e del mundeddhu, dall’arabo mudd,(kg 2,4); tri mundeddha (circa 7 chili di grano) venivano misurati con la menzalora, un cilindro di rame o di altra lega metallica; due menzalore formavano il quartu e tre quarti facevano il tùminu, dall’arabo tumn (Rohlfs). Sette menzalore (settimenzi) equivalevano a mezzo quintale ed era la metà di quanto veniva caricato addosso ad un asino per il trasporto; pertanto per un quintale occorrevano due tumini e un quartu di grano.

Nella corso della misurazione la menzalora poteva essere taghhiata, cioè rasa a mezzo di una tavoletta, o ncurmata, cioè con l’aggiunta del colmo.  

Questa ricostruzione, che fotografa la situazione alla metà del secolo scorso nell’area tra l’Amendolea ed il Tuccio, presenta delle incongruenze che vanno spiegate: il rapporto ternario (cròppulu X3= mundeddhuX3= menzalora) per mantenersi ha bisogno di un raddoppio dell’ultima misura: menzaloraX2X3=tùminu; d’altra parte la denominazione quartu per la misura di due menzalore è aporetica perché l’equivalente non è un quarto ma un terzo di tùminu.

A Bova e dintorni esisteva una misura cilindrica denominata quartu che effettivamente conteneva poco più di dieci kg di grano, cioè un quarto del tùminu; l’esistenza di due ulteriori sottomultipli quaternari del tùminu che sono stuppiellu (1/8) e menzustuppiellu (1/16) diffusi in alcune aree del Reggino e nel Catanzarese (area del latifondo) fa pensare ad una compiuta articolazione quaternaria delle misure granarie.  

Quanto registrato nell’area mesopotamica tra Tuccio e Amendolea fa presupporre una misura intermedia tra la menzalora e il tùminu, il menzu tùminu (menzalora X 3), congrua con una scala ternaria e ascendente (cròppulu, mundeddhu, tri mundeddha, menzu tuminu) cui, nelle altre parti della Calabria, corrispondeva una quaternaria e discendente: tuminu, quartu, stuppiellu e menzustuppiellu.

Le due scale si spiegano con la diversa distribuzione della proprietà, con il latifondo munito di un sistema di misure più grandi (il doppio) di quello usato nell’area della proprietà frammentata.

Ciò spiega il termine sia il termine menzalora, in quanto cardine della misura culminante nel menzutùminu, e sia l’incongruenza delle due menzalore che contengono un terzo del tùminu e che vengono chiamate quartu: evidentemente quel raddoppio serviva a proseguire il ciclo ternario (cròppulu, mundeddhu, tri mundeddha) e a raccordarlo, sempre ternariamente, con il tomolo.

E l’errata denominazione frazionaria (il terzo delle due menzalore denominato quartu) è il frutto della contaminazione e prevalenza, per brevità e semplicità, del nome del sottomultiplo del sistema quaternario all’interno del sistema alternativo.

Restano alcune misure stravaganti rispetto a quelle granarie e olearie:

u ròtolu, dall’arabo ratl, equivaleva a 800 g per Rohlfs che però, alla voce cantaru, parla di ‘peso antico di cento ròtoli, equivalente a circa 90 kg’; quest’ultima indicazione è rinforzata da Rosario Villari che, sia pur riferendosi all’area del Vallo di Diano (Salerno) tra Settecento e Ottocento, fornisce una misura di 890 g per il rotolo e di 89 kg per il Cantaro (Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Bari, Laterza 1977, p. VII); doveva esistere anche il menzu ròtulu come ci attesta il proverbio mègghiu menzu cantaru a ncoddhu / chi menzu ròtulu ‘nculu, è preferibile un grande peso sulle spalle che uno cento volte più piccolo sul colon-retto; nci vonnu ccippi di milli cantara / chi lu focu di pagghia pocu dura ( ci vogliono ceppi di mille cantara / ché il fuoco di paglia dura poco).

La pisata, usata solamente per la pasta quando veniva venduta a peso, era equivalente a cinque chilogrammi.

La sarma (gr. sagma, sella, basto, lat. sagma, raro e non registrato da molti dizionari, cast. salma) è stata rintracciata da Rohlfs misura ponderale multipla del tomolo per otto a Sinopoli ; Erminia Nucera (Uniti dal mare, Patrimoni monastici tra Calabria ultra e Sicilia nell’età normanna, Reggio Calabria, Città del Sole 2011, p. 322) ha rintracciato la salma ed altre misure in un diploma con cui il re normanno “ Guglielmo I nel 1166 concede annualmente e in perpetuo al monastero certosino (di Santo Stefano del Bosco) 300 salme di frumento di buona qualità e 200 salme di orzo che devono essere consegnate dai baiuli di Stilo, 100 barili di vino per uso liturgico che devono pervenire dai baiuli di Squillace …”.

La sarma era dunque una misura di circa tre quintali: se si considera che il sale per condire due piatti di minestra ammonta a qualche decimo di grammo si intende bene il grado di scetticismo contenuto nel proverbio pe canùsciri un omu s’annu a mangiari setti sarmi di sali assiemi.

Emma Chiera ritiene l’omu di cui si parla sia il maschio e che il detto fosse indirizzato alle donne per allertarle contro possibili inganni della ‘controparte’; in realtà da noi si intendeva mettere in guardia dall’insondabilità dell’animo umano in genere, donne incluse.