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LA PAROLA e LA STORIA. Vinu e ogghiu

LA PAROLA e LA STORIA. Vinu e ogghiu

olio e vino   di GIUSEPPE TRIPODI

- La misurazione dei liquidi, prima dell’introduzione del Sistema Metrico Decimale avvenuta a fine Ottocento, riguardava fondamentalmente il vino e l’olio. Le misure precedenti continuarono a sopravvivere costituendo un sistema parallelo e resistente, specialmente per l’olio, fino a seconda metà inoltrata del secolo scorso; oggi come oggi rimangono soltanto parole (nomina nuda tenemus) che pochi conoscono e che nessuno usa più.

Il libro di Erminia Nucera (Uniti dal mare, Patrimoni monastici tra Calabria ultra e Sicilia nell’età normanna, Reggio Calabria, Città del Sole 2011, p. 322) fa emergere la misura del barile per il vino; due bariddhi costituivano un càrricu, equivalente nella nostra zona a circa sessanta litri; nel Vallo di Diano (Sa) il càrricu veniva chiamato soma, divisa in ottanta caraffe di 0,73 litri l’una (Villari, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, cit., p. 7).

La Nucera, da un rogito notarile del 1139 (ib. p. 323), risuscita come misura di olio la cannata (due litri) la mezza cannata (un litro): Rohlfs aveva ricondotto la parola ad un volgare greco kanàta indicandone la stessa capacità.

Da noi la cannata era un grande caraffa per la mescita di vino nelle bettole ma anche il vaso da notte che, nelle case calabre prive di servizi igienici, era il contenitore per le evacuazioni notturne dei membri della famiglia. Di buon mattino veniva svuotata in alcuni luoghi a ciò deputati; a San Lorenzo, ad esempio, il posto dello sversamento era il dirupo detto ‘di Jannuzzu’ che costeggia il lato nord-orientale del paese.

Otello Profazio mi ha spiegato perché la cannata-vaso-da-notte veniva anche chiamata Zipeppi: nella Calabria post-unitaria i borbonici, per spregio verso Garibaldi, avevano fatto circolare molte cannate che portavano sul fondo una raffigurazione dell’eroe dei due mondi: sicché da zio Peppe Garibaldi l’invenzione deonomastica aveva prodotto il coloritissimo Zipeppi.

 La misura principale dell’olio era il cavizzu o cafizzu, equivalente a 15-16 litri.

La parola è antica e, registrata dallo Zingarelli come Cafisso, deriva dall’arabo qafiz /Hafiz; ad esso sono riconducibili l’inglese kahiz, contenitore di 326 kg (12 bushel) di grano, il francese cahiz (idem), il catalano cafis, mesura per a grans de 666 litres, e cafissada, quantità di terra seminabile con un cafis di grano, ai castigliano cahiz e cahizada, quest’ultima pari ad are 38,14.

Non c’è alcuna contraddizione tra il cafizzu calabrese, misura per l’olio, e i suoi sinonimi nelle altre lingue dell’Europa occidentale che indicano la ‘misura per grani’. Infatti l’archetipo arabo significa genericamente contenitore (hafiz del Corano erano i benemeriti che ritenevano a memoria ogni versetto, poi anche antroponimo, Hafez,molto diffuso in Medio Oriente; hanno lo stesso nome le antologie di poesia e i libri che raccolgono diverse opere di un letterato) e in Calabria, dove c’era già un articolato sistema metrico per i grani, finì per indicare il contenitore dell’olio.

L’arabo spiega anche un’altra accezione della parola calabrese: mamma mia chi cafizzu chi ti facisti! – si dice di una persona che improvvisamente ha messo su pancia oppure, ancora, gli si può fare una raccomandazione di questo tipo: no ziccari sempri nt’o cafizzu! In questo caso la misura per oli non c’entra nulla e la parola viene usata proprio nell’accezione di contenitore del cibo mangiato.

Altra misura olearia stravagante rispetto al sistema decimale era il quartucciu: variava da un paese all’altro oscillando tra il litro e mezzo e il litro e veniva usato per valutare la resa (nci rendìu deci quartucci a màcina,). Serviva altresì per stabilire la quota di prodotto che veniva lasciato al trappeto per la macina e quella che andava ai trappitari, cioè a lavoratori stagionali impegnatiti nella molitura che non venivano retribuiti dal proprietario del frantoio ma ritenevano per compenso una quota del prodotto.

Salvatore Iacopino mi ha detto che a San Pantaleo di San Lorenzo al trappeto del Barone Mantica il quartuccio valeva litri 1,25 mentre a quello dei Catanoso valeva litri 1,5.

Rimane il problema di quel diminutivo quartucciu> quartu pìcciulu. La misura di un litro (riportata da Rohlfs) è rischiarante: infatti un litro è equivalente a un sedicesimo del cafizzu > quindi è un quarto del quarto > ergo un quartucciu.

Il quartuccio aveva come sottomultipli la misura, pari a u decimo, e la menzamisura, pari a un ventesimo.

L’onomastica registra alcune centinaia di famiglie con cognome Quartuccio, un terzo dei quali diffusi in tutta la regione Calabria (Rohlfs 1), specialmente nel reggino (una cinquantina si ritrovano nelle Pagine Bianche di Telecom Italia relative alla città di Reggio).

Solo un cenno al trappitu: dal greco trepo, mi giro, volto le spalle> trapeo, mi giro per pigiare l’uva > trapetheon, luogo ove a girare la macina della molazza era l’asino (detto perciò molente in dialetto sardo-campidanese), aggiogato ad una stanga inserita al centro della ruota di granito a forma di cilindro (petra di mulinu,zittu chi non chiovi petri di mulinu! si diceva a un bambino che si lamentava della pioggia); le olive venivano trasportate in sacchi di juta a basto di asino o di mulo e misurate a tuminu (quaranta chili circa), càrricu (due tomoli o menzamàcina ) e màcina (due càrrichi) che era la quantità di olive che venivano versate nella molazza per un ciclo di molitura; per ogni màcina di olive, o in proporzione per le frazioni, il proprietario delle olive doveva lasciare il quartuccio d’olio per il mulino e quello per i trappitari.

Il trasporto dell’olio dal trappeto a casa o dall’agricoltore al negoziante avveniva, a volte, con le otri di pelle di capra o di pecora che, ovviamente, risultavano molto ‘condite’.

D’onde il motto, irrisorio verso chi si offendeva per una piccola insinuazione mentre aveva ben altre e più corpose ‘pendenze’ con la morale, nci mentisti na macchia a n’utri d’ogghiu!

 Un proverbio attesta che trappitari, figghi di trappitaru/mulinaru no spusari, purceddhe di trappitaru/mulinaru no ccattari / chi perdi l’anima e li dinari! (non sposare figlie di trappetaro e non comprarne le porcelle / perché perdi l’anima e i soldi!).