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REGGIO. Ferramonti, l'omocausto e l'identità negata

REGGIO. Ferramonti, l'omocausto e l'identità negata

"Mio cognato Mastrovaknich"di AURELIA ARITO -

Un triangolo rosa sul petto dei prigionieri omosessuali dei campi di concentramento, vittime della furia nazifascista, di un “omocausto” perché considerati responsabili, come gli ebrei, di attentare alla identità della razza ariana.

Ferramonti, 1943. Due mondi paralleli si incontrano, forzatamente, in una cella spoglia del campo di internamento di Tarsia, piccolo centro del cosentino. Due identità negate, quello di Uccio, giovane fabbro del luogo, arrestato per reati comuni, richiuso per errore nella baracca degli omosessuali, e quella di Mastrovaknich, professore polacco omosessuale che per sfuggire alla persecuzione tedesca sceglie di farsi rinchiudere a Ferramonti, per lui «prigione di salvezza». Le loro giornate sono tutte uguali, scandite da ritmi ripetitivi, dal suono di un allarme che ne regola le abitudini, immerse nel fumo di una sigaretta e in una speranza di salvezza.

Comincia così la pièce teatrale “Mio cognato Mastrovaknich” (prodotto dall'associazione culturale “Arciere”) in scena mercoledì al teatro “F. Cilea” di Reggio Calabria. Il testo è di Ciro Lenti, la regia di Adriana Toman.
Lo spettacolo, patrocinato da Arcigay Calabria, inaugura le celebrazioni per il “Giorno della memoria”, per ricordare le vittime della Shoah. “Mio cognato Mastrovaknich” arriva a Reggio per volontà della consigliera regionale di parità, Stella Ciarletta, e del circolo Arcigay di Reggio “I due Mari”, presieduto da Lucio Dattola, per portare avanti la riflessione contro la violazione dei diritti umani e con una finalità benefica. I proventi delle serata, infatti, saranno devoluti alla casa famiglia “La collina degli angeli”.

Al centro della rappresentazione, in chiave di commedia, ma dai toni assai tenui, lo scontro tra universi distanti, tra pregiudizio, orgoglio di appartenenza e paura della diversità, che in un gioco di specchi tra i due protagonisti – intensamente interpretati da Marco Silani (Uccio) e Paolo Mauro (Mastrovaknich) - ben presto finirà per trasformarsi – grazie ai continui dialoghi e tentativi di comprensione dell'altro tra i due protagonisti - in un incontro nel segno della solidarietà e dell'amicizia. Due storie diverse che finiranno per dissolversi l'una nell'altra. La goffa virilità di Uccio che, con un italiano precario, porta addosso la vergogna di trovarsi in mezzo a degli «immondevoli» omosessuali, si aprirà alla storia di Mastrovaknich, intellettuale malinconico e acuto con il sogno di riuscire a salvare la sorella Irina dalla violenza nazista. Ed è proprio nella figura di Irina, interpretata dalla cantante blues statunitense Amy Coleman – straordinaria l'esecuzione di due brani, uno dei quali in lingua yiddish – che si racchiude l'essenza del femminile, della grazia che scioglierà il pregiudizio di Uccio e terrà in vita la speranza di Mastrovaknich.

Amy Coleman