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LA PAROLA e LA STORIA. Omertà

LA PAROLA e LA STORIA. Omertà

omertà   di GIUSEPPE TRIPODI

- Omertà, atteggiamento diffuso non solo in Calabria che elude e/o contrasta i tentativi dell'autorità giudiziaria di far luce su fatti riconducibili alle attività delle organizzazioni criminali.

Questa comportamento, che manca nel banditismo sardo (Antonio Pigliaru, Il Banditismo in Sardegna-La vendetta barbaricina, Milano, Giuffrè, 1975, p. 123, fa capire che la delazione della parte lesa e di chi è testimone falso per professione non vengono sanzionati dal codice barbaricino), consta di due condotte tipiche: una passiva, propria dei soggetti estranei alle associazioni criminose, è dettata dalla paura per la possibile reazione di chi ha commesso il reato oggetto di possibile delazione o testimonianza; l'altra condotta, attiva, è propria di chi, per essere parte integrante dell'organizzazione criminale e per averne introiettato i valori, compie la scelta omertosa non solo perché essa è coerente con gli indirizzi previsti dell’associazione e liberamente accettati dagli affiliati ma anche perché il mancato coinvolgimento dell'autorità giudiziaria prelude alla giustizia privata degli uomini d'onore.

Alle due condotte sopra accennate sono collegabili le possibili etimologie: chi ritiene preponderante la condotta passiva finisce per collegare il termine alla parola napoletana umiltà (Giacomo Devoto, Dizionario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1968, "dal napoletano omertà, lat. humilitas, ... , per la cieca sottomissione alle regole dell''onorata' società della Camorra"; ma anche B. Migliorini-A. Duro, Prontuario etimologico della lingua italiana, Torino, Paravia 1958 e il Grande dizionario Garzanti della Lingua Italiana, Milano, Garzanti, 1987, sono sulla stessa linea) mentre chi propende per la maggiore rilevanza della condotta attiva rimanda alla parola siciliana omu o alla spagnola hombredad come fa Raffaele Corso "Parola siciliana, da omu, ... Indica quella legge isolana, non scritta, che obbligava a non rivelare il nome del reo e a non denunciarlo, lasciando la vendetta strettamente all'offeso; una specie di punto d'onore che portava l'uomo a risolvere le controversie con la propria forza o con mezzi estranei o addirittura contrari alla legge dello stato, a essere 'amici di sostanza', ecc.. Chi mancava all'osservanza delle norme che costituiscono l'omertà, oltre alle possibili rappresaglie, era condannato dall'opinione pubblica e considerato infame"(voce omertà in Enciclopedia Treccani, vol. XXV, Roma, 1935); dello stesso tenore Carlo Salinari (Vocabolario della lingua parlata in Italia, Milano; Il Calendario del Popolo, 1967) e Salvatore Battaglia (Dizionario enciclopedico della lingua italiana, Torino, UTET, 1981, vol. XI) che inserisce, come Manlio Cortellazzo e P. Zolli (Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1975), tra le possibili etimologie l'antica parola spagnola hombredad, derivata da hombre.

Tra le due ipotesi etimologiche non ha dubbi Giuseppe Pitrè: “Omertànon significaumiltà, come potrebbe parere a prima vista, ma omineità,qualità di esser omu, cioè serio, sodo, forte. Tanto nell’etimologia quanto nel significato più innocente corrisponderebbe a virtusnel primitivo senso latino, cioè governo di sé stesso e quale si addice a un uomo” (La Mafia e l’Omertà, Brancato, 2007, p. 14).

Ci piace qui ricordare, gioiosamente e per inciso, Pietro Pangallo, mobiliere del popolo con negozio sul Corso Garibaldi di Melito Porto Salvo, che negli anni Sessanta del secolo scorso non perdeva occasione a richiamarci ‘sul punto di umiltà’ quando le nostre perorazioni politiche giovanili erano troppo esibite invitandoci, ossimoro dialettico che mai abbiamo dimenticato, a essere “forte come l’acciaio ma anche umile come la seta”.

E comunque la sostanza dell’omertà consiste nel tacere come raccomandano i proverbi: cu parra assai no vindi tila (metafora che prende spunto dal commerciante che, pur decantando le qualità della sua tela non riesce comunque a venderla), cu parra assai nenti dici (chi troppo parla non dice niente), parra picca e campi assai (parla poco che camperai molto), cu vidi e taci campa in paci / cu vidi e dici dici mori nfilici (chi vede e tace campa in pace / chi vede e dice muore infelice).

Voce antitetica a omertà è l’infamità che non consiste dunque soltanto nella calunnia ma anche nel raccontare all’autorità giudiziaria cose realmente avvenute; e l’infame va spezzato, isolato, marchiato anche per le generazioni future: u carciri passa a infamità rimani (il carcere passa ma l’infamità non si cancella).

Sicché anche ai tempi della nostra gioventù veniva additato l’esempio di un tale Tarra che aveva tradito i consociati permettendone l’arresto: sicché “Tu sì cchiù nfamu i Tarra!” era il massimo del ludibrio.

C’era però un proverbio che lasciava aperto uno spiraglio di legittimazione dell’infamità quando la si rivolgeva verso chi infame lo era già stato: cu u ‘nfamu nci voli u ‘nfamuni! (per sistemare l’infame ci vuole uno più infame di lui). Forse a questa norma faceva riferimento un capomafia calabrese che, arrestato dopo molti anni di latitanza, dichiarò qualche anno fa che avrebbe anche parlato nei processi dove rischiava di essere condannato per delitti compiuti da altri.

Accanto alle due condotte, canoniche e canonizzate anche nel lessico, se ne deve considerare una terza poco visitata sia dalla filologia che dalla linguistica: si tratta del comportamento di coloro che, pur non facendo parte dei sodalizi criminali e non essendo né collaterali né tantomeno conniventi con essi, ritengono inutile collaborare con la giustizia perché questa non è sostanzialmente in grado di sanzionare le condotte devianti che, a causa delle lungaggini procedurali e grazie alle buone difese, resteranno comunque impunite; ed alla fine chi si è esposto inutilmente, tentando di favorire il corso della giustizia, rimarrà da solo in balia dei criminali ancor più ringalluzziti dalla conseguita impunità.

Questa pratica poco considerata dell'omertà, che può considerare ancipite e tendente a confluire e ad identificarsi ora con la condotta attiva ed ora con quella passiva, non è nuova nella storia dell'Occidente: atteggiamenti analoghi li ritroviamo, anche nella cultura della Grecia classica, ad esempio in Antifonte Sofista, personaggio di primo piano nell'Atene del V secolo a. C. che, diversamente dal suo omonimo Antifonte oratore e secondo la ricostruzione del grande antichista Ettore Bignone, era schierato dalla parte della democrazia (Studi stilistici su Antifonte oratore e Antifonte Sofista, ora in Antifonte oratore e Antifonte sofista, Urbino, Argalia, 1974, p.57).