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La copia della Persefone di Locri finita a Taranto

La copia della Persefone di Locri finita a Taranto

pers   di PINO MACRÌ

- E' notizia di queste ore la presentazione al MArTA (Museo Archeologico di Taranto) in conferenza stampa della riproduzione della ”Dea in trono” del Museo Statale di Berlino. Essa è più conosciuta come la Persefone (o Afrodite?) in trono.

L'inopportuno evento sta passando, in Calabria, sotto un silenzio per alcuni versi imbarazzante.

pdl2Il perché lo si capisce da queste spicciole note riguardanti la sua intricatissima storia: apparsa a Parigi nel 1914, dopo vicende rocambolesche con risvolti di una probabilissima attività di spionaggio bellico alle spalle, arriva fraudolentemente a Berlino, acquistata dal governo tedesco (già in guerra con la Francia) attraverso una sottoscrizione per un milione di marchi (!), cui partecipa in prima persona il Kaiser, con la metà della cifra richiesta dai due mercanti-faccendieri (il tedesco Hirsch e l'italiano Virzì).

Si disse subito che la provenienza del capolavoro fosse da Locri Epizephyrii, ma, negli anni '30, una maldestra e parecchio lacunosa indagine fatta dalla Guardia di Finanza di Taranto (nulla infatti vi è detto sulle circostanze del ritrovamento della statua, ma solo sul suo trasporto da Taranto ad Eboli), pose sulla vicenda un pesantissimo macigno, presentando risultati che, apparentemente, ne attestavano il ritrovamento in quella antica colonia magnogreca.

La storia andò dunque avanti senza sussulti sin quando, nel 1960, non apparve il romanzo di Corrado Alvaro (Mastrangelina, ed. Bompiani), in cui il racconto del ritrovamento veniva ambientato in Calabria.

Vi fu, dunque, una forte ripresa di interesse nella locride, e, nel 1966, il compianto Gaudio Incorpora riuscì a scovare un testimone oculare dell'escavazione della statua in terra locrese, un vecchio contadino di quasi 80 anni, che per tutto quel tempo aveva mantenuto il segreto a seguito di un giuramento fatto all'allora suo datore di lavoro, il ricco commerciante Vincenzo Scannapieco, proprietario del terreno in cui fu ritrovata la statua.

pdlLa risonanza fu enorme (ne parlarono a lungo la Rai, i giornali, e, persino Radio Sidney, in Australia). Fioccarono le interrogazioni parlamentari; da più parti si invocò un intervento dello Stato, mentre, da subito, la magistratura locrese avviò un'inchiesta, sulla base dell'ipotesi del reato di trafugamento illecito di beni culturali, commesso da Vincenzo Scannapieco (defunto da 41 anni) in concorso con ignoti, eventualmente da accertare.

Vi fu, però, una inaudita opposizione del mondo accademico, che, in maniera pressoché unanime, si schierò a favore dell'ipotesi dell'origine tarantina del capolavoro assoluto dell'arte antica (”seconda soltanto all'arte di Fidia”, fu detto dai maggiori critici d'arte del tempo: con le dovute proporzioni e distinguo artistici, infatti, la sua importanza è senz'altro paragonabile a quella dei Bronzi), e le rivendicazioni locresi furono presto soffocate.

In merito, però, non possono essere taciute due fondamentali osservazioni:

1) - Non è mai stato condotta alcuna indagine nei luoghi locresi indicati dal testimone (Giovanni Giovinazzo), a conferma o smentita; viceversa, a Taranto, furono nel tempo indicati ben due luoghi di (presunto) ritrovamento: in ambedue i casi furono condotte accurate indagini e scavi, ma, in ambedue i casi, mai emerse il benché minimo riscontro oggettivo utile. Anzi, in ambedue i casi, i siti furono definiti assolutamente” sterili” dal punto di vista archeologico, non essendo stato rinvenuto nemmeno un microscopico frammento di interesse scientifico, men che meno ai fini della convalida dell'ipotesi di partenza;

2) - Si disse da più parti (a partire del giornalista Domenico Zappone, per finire al Sottosegretario Galasso, che ne prese espressamente atto, in risposta ad un'interrogazione dell'On. Aloi, prima, ed al Ministro Veltroni, in risposta ad altra interrogazione di Aloi, dopo) che l'indagine della magistratura locrese era stata chiusa ”perché il teste Giovinazzo era stato giudicato inattendibile”, e che il relativo fascicolo processuale era ”misteriosamente” scomparso dagli archivi del Tribunale di Locri.

Viceversa, dopo una paziente ricerca (e con il fondamentale contributo del personale quel Tribunale, con in testa il Procuratore D'Alessio, che ancora pubblicamente e sentitamente ringrazio), il ”misterioso” fascicolo è saltato fuori. E, sorpresa, sorpresa!, non vi si dice affatto che il teste è stato ritenuto inattendibile, ma che ”la deposizione di Giovinazzo è stata chiara, precisa e circostanziata”, e che da essa si desume “in maniera inequivocabile” che nel 1905 fu rinvenuta, in contrada Perciante, la statua “appunto, della Persefone, che è conservata nel Museo di Berlino”.

Detto, dunque, che il fascicolo conteneva anche copia della documentazione proveniente da Taranto (che, quindi, sarà stata evidentemente ed attentamente vagliata dai preposti all'indagine giudiziaria - nel tempo, ben tre magistrati! - o no?), ci si trova, senza possibilità di equivoci, dinanzi ad una” verità giudiziaria” contrapposta ad una” verità poliziesca”: se non erro, in regime democratico la prima prevale, a tutti gli effetti, sulla seconda!

Per concludere, un'ultima riflessione: all'inizio dell'articolo si è definita” inopportuna” l'azione del MarTa.

Lo è per due motivi:

1) - Per quanto detto sopra, che, in verità, ha visto la luce solo nel dicembre scorso, con la pubblicazione di ”Sulle tracce di Persefone, due volte rapita”, mentre l'iniziativa del MarTa è ad esso precedente;

2) - Soprattutto: visto che la didascalia della Statua a Berlino recita chiaramente: ”Dea in trono, di Taranto, O PROVENIENTE DA LOCRI”, come si comporterà la Direzione del MarTa? Rispetterà le indicazioni berlinesi, quindi contraddicendo sé stessa? O scriverà” Tarantina” senza se e senza ma, rischiando così un incidente diplomatico con lo Staatliche Museum, che certamente non avrà autorizzato una rivendicazione così univoca?

L'auspicio è che la politica calabrese, a partire dal Sindaco di Locri, e finire al Governatore Oliverio, passando per il Presidente della Provincia Raffa, si muova all'unisono a difesa del suo patrimonio artistico - culturale e non lasci che, ancora una volta, magari per la solita inerzia tutta calabrese, il tempo consolidi una ingiustizia, che sarà sempre più difficile, poi, riuscire a emendare.

Le basi ci sono, ed abbondanti, e concrete.