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I calabresi new romantic al tempo di FB

I calabresi new romantic al tempo di FB

gabbiani   di DANIELA SCUNCIA

- Prima di parlare dei new romantic è necessario fare un passo indietro e identificare, per quanto è possibile e in linea di massima, chi sia il romantic, insomma il romantico.

Dal vicino ottocento scopriamo che il romanticismo è un movimento, localizzato all’inizio in Germania, poi diffusosi in tutta Europa -dove più, dove meno-, caratterizzato dall’attenzione riposta da parte dell’artista non tanto all’apparire, quanto al proprio sentire. Il sentimento forte, colmo, un credere fermamente (in genere nella patria, in Dio, nella famiglia intesa come tradizione, nell’onore) la foga e il traboccare dell’anima; tutto questo e altro ancora era il nostro romanticismo. Il romantico pulsava di emozioni, viveva intensamente la propria interiorità, era disposto per questo a rimetterci in prima persona: il romantico viveva ogni respiro. Per chiarire ancora meglio, volete degli esempi? Manzoni, Leopardi, Foscolo, Byron, Blake, Shelley, Keats, von Kleist, Puskin.

Ma senza ulteriori divagazioni arriviamo a noi. E dall’incontinenza del sentire romantico, all’indifferenza del contemporaneo, il new romantic pratica allora, con devozione e assiduità, l’inconsistenza sentimentale. Ecco che il new romatic si oppone all’eccesso di sentimento del romantico, all’indifferenza del moderno sentire, in cui l’anestesia viene praticata su vasta scala da massicce dosi di individualismo (iniettate da onanisti strumenti di comunicazione), per abbracciare con ogni cellula del suo essere, un sentimento puro ma assolutamente superficiale che non richiede alcun tipo di investimento emotivo.

Il new romantic ama, ma già sa che in questa nostra società non troverà nulla che veramente possa essere alla sua altezza. E si lamenta... di tutto: del mondo crudele e insensibile, perché lui (il new romantic) scrive poesie e si commuove davanti alla luce di un tramonto solcata dall’ala di un gabbiano solitario nel cielo terso. E’ in genere giovane, vegano e vive con i genitori che amorosi subiscono le sue paturnie, oppure è single e pratica senza troppi sforzi l’acquisto di una mela biologica a 4 euro al chilo. Si duole dell’insensibilità del mondo che lo circonda, dell’egoismo praticato senza remore; posta su fb frasi sull’amicizia e l’amore; non è dedito all’ortodossia del culto ma possiede una sua spiritualità traboccante. Il new romantic insomma legge, scrive e si commuove ma non esiste. Non mette niente nel gran pentolone dell’esistenza: vive di già fatto, frasi già scritte, tramonti rivisti, sentimenti prefabbricati buoni per tutte le stagioni, cibi cucinati da altri. E’ un innamorato di superficie, ciò che investe è facilmente rimpiazzabile. Soffre, ma in modo parco.

Il new romantic è pericoloso. E’ vero: ne convengo, c’è di peggio. Ma è facile riconoscere il peggio; il male vero autentico, ciò che nell’evidenza produce un danno. Il vero pericolo è quando non ti accorgi di nulla e ti trovi, malgrado tutto, invischiato in qualcosa che non capisci e dunque, non sai come difenderti.

Non bisogna confondere, però, il romantic fruitore - colui che, per dirne una, saccheggia a mani basse il Piccolo principe di stucchevoli e lapidarie banalità-, con il produttore che imperversa soprattutto in rete con post, blog e siti, o con iniziative di delicata apparenza ma di vasta risonanza. L’effetto prodotto incuriosisce, offrendo un punto di vista straniante, insolito, con risultati spesso accattivanti e in questo il fenomeno si dimostra nella sua piacevolezza. Gli autori di questo tipo si profondono in iperdescrizioni, non certo alla Perec in La vita, istruzioni per l’uso dove l’intento dell’autore era quello di esaurire un luogo, descrivendone i minimi e più intimi dettagli (tentativo nato per dimostrarne il suo fallimento), ma descrizioni evocative, suggestive, trasversali mostrando tutto un repertorio intimo inusitato e di grande effetto. Ogni esperienza viene descritta nei minimi dettagli, scandagliata nella sua bellezza esteriore, attraverso termini pacatamente evocativi, attraverso spostamenti semantici ricchi di fascino, l’uso di sintagmi in cui lo scarto poetico genera stupore reclamando a gran voce lo sguardo carico di curiosità, alla ricerca dell’oltre.

Fanno parte di questo scenario, non solo come già sottolineato, tutti quei prodotti di tipo descrittivo, ma anche tutti quelli che appartengono alla cosiddetta “mistica” dell’infanzia, del ricordo parentale, dell’essere donna/uomo, la mistica della ruga incombente, per citarne solo qualcuno. Potrebbe apparire oltraggioso trattare di questi argomenti (presi a esempio) attribuendogli, in senso negativo, il titolo di “mistica” ma confesso che i toni con cui questi vengono trattati me ne conferiscono il diritto.

Si pone nell’insieme solo una valorizzazione della parola in termini di capacità descrittiva, di una specifica elaborazione della forma esteriore. Tutta la comunicazione passa dalla rappresentazione del fatto/essere nelle sue fibre più intime e questo ce lo fa apparire quasi concreto, in forma tridimensionale, per così dire, creando la suggestione della profondità. Purtroppo si tratta solo di un’illusione, poiché a un’analisi più profonda emergono solo filosofiche banalità ben condite su un letto di scontate ovvietà.

Il sentimento del new romantic opera attraverso la parola, l’espressione di una morale banale percorsa da brividi di compiacimento.

Dietro questa superficie brillante e ambiziosa sospesa tra minuziosità e minimalismo giace il silenzio. Dietro tutti questi immani sforzi non c’è nulla, solo un’estatica luna ferma e perplessa per tanto inutile sforzo.

*foto di antonio sollazzo