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LA PAROLA e LA STORIA. Omertà (nella Grecia del V secolo a.C.)

LA PAROLA e LA STORIA. Omertà (nella Grecia del V secolo a.C.)

 

grecia    di GIUSEPPE TRIPODI

- I testi papiracei provenienti dalla città altoegiziana di Ossirinco, pubblicati da H. Diels nel 1916, riproducono un frammento sull'omertà tradotto così da Ettore Bignone:

"Poiché la giustizia considera cosa onorevole ... prestare testimonianza secondo verità, gli uni rispetto agli altri, si reputa giusto e per di più utile per gli usi civili.

Eppure chi così opera non sarà giusto, se è giusto il non far giustizia né danno a nessuno, quando a te né ingiustizia né danno non sia fatto.

E veramente è necessario che colui che presta testimonianza, anche se attesti il vero, tuttavia in qualche modo arrechi danno ad altri. Ed è verosimile che egli, in seguito, ne riceva. Il che è possibile in quanto, per la sua testimonianza, colui contro il quale attesta è convinto di colpa e privato degli averi o della vita, per causa di quello a cui non reca danno alcuno.

In questo dunque danneggia colui contro il quale attesta, perché danneggia quegli da cui danno non ebbe. Ed egli stesso poi ne riceve da quello contro cui prestò testimonianza, perché viene in odio a lui pur avendo attestato il vero.

E non pure ha danno perché gli si rende odioso, ma perché deve per tutta la vita guardarsi da colui contro il quale fu teste, essendogli esso nimico a parole ed a fatti, in quanto possa recargli del male.

Orbene questi danni non sembrano di poco conto, né quelli che sopporta, né quelli che reca. Non è perciò possibile che queste cose sieno giuste, ed allo stesso tempo pure il non fare giustizia né danno e neppure riceverne; ma è necessario invece che giuste sian solo le une di esse o entrambe ingiuste"(Studi sul pensiero antico, Napoli, Loffredo, 1938, pp. 101-103):

Il frammento appare rilevante anche dal punto di vista logico e per almeno due motivi:

1) per il dispiegarsi in esso del seguente sillogismo ipotetico: a) se agire con giustizia significa non recare danno a chi non ce ne ha fatto; b) se testimoniando si reca danno a chi non ce ne ha fatto; c) allora chi vuol essere giusto non deve testimoniare nei processi perché gli accusati, che non hanno fatto del male ai testimoni, possono ricevere danno per sé e per le proprie cose;

2) dopo aver esaminato le motivazioni concrete che sconsigliano la testimonianza (l'inimicizia del danneggiato da cui ci si dovrà guardare per tutta la vita) l'autore torna alla logica pura affermando che il produrre danno con la testimonianza (e, di conseguenza, riceverne) è incompatibile con la definizione di giustizia contenuta nella premessa del sillogismo (non fare danno a chi non ce ne ha fatto); e allora o è giusto testimoniare o è giusto non recare danno a chi non ce ne ha recato, tertium non datur dunque, oppure entrambe le cose sono ingiuste.

Il passo che abbiamo esaminato va integrato dall'altro (papiro di Ossirinco XI, tradotto da Antonio Capizzi in I sofisti, Firenze, La Nuova Italia, 1976. p. 65) in cui Antifonte considera la posizione dei soggetti deboli di fronte alla giustizia:

"Ora, se almeno la legge garantisse una qualche protezione a coloro che consentono a queste cose (cioè di fare testimonianza) e un qualche discredito a coloro che non acconsentono, ed anzi rifiutano, la fiducia nelle leggi non sarebbe un cattivo affare; invece è evidente che quelli che vi acconsentono non ricevono dalla giustizia della legge sufficiente protezione.

In primo luogo essa permette a chi subisce di subire e a chi agisce di agire; in secondo luogo non impedisce al primo di subire ed al secondo di agire; infine, per quanto riguarda la punizione, non favorisce il paziente nei confronti dell'agente; tocca infatti al primo dimostrare a chi ha il compito di punire ciò che gli è stato fatto e sollecitare la giustizia che gli spetta. Ma anche chi ha commesso il fatto ha il diritto di negarlo (...) cosicché quella forza di persuasione che l'accusa dà all'accusatore aiuta in egual misura il colpevole e la vittima".

Il passo ha un complesso retroterra giuridico e si riferisce alla possibilità esistente nel processo attico che l'accusato controaccusasse il suo accusatore secondo lo schema, diffuso anche nell'odierna pratica penalistica, della querela-controquerela.

E quanto alle possibili ritorsioni dell'accusato verso il suo accusatore era diffusa una sorta di giustificazione etica, riecheggiata da Antifonte ma da esso non condivisa, così ricostruita da un illustre giurista:

"Vi è tra i greci il concetto di un'ingiustizia ritorsiva (...) che, pur esorbitando dai limiti del lecito, si configurava ... come illecito impunibile ... Il principio è questo: chi apre la via all'ingiustizia è responsabile della concatenata serie di ingiustizie a cui questa prima ingiustizia ha dato luogo, e deve essere perciò doppiamente colpito dalla legge, la quale gli imputa l'infrazione prima dell'ordine giuridico e si rifiuta di tutelare nei suoi riguardi il diritto che il provocato eventualmente violi per ritorsione" (U.E. Paoli, Studi sul processo attico, Padova, CEDAM, 1933, pp. 195 e 198).

Si tralasciano qui le interpretazioni sulla condivisione o meno, da parte di Antifonte, del contenuto dei passi riprodotti; rimane il fatto che molte delle cose su cui oggi si potrebbe controvertere in ordine all'omertà erano state sceverate già nella Grecia del V secolo a.C..