Direttore: Aldo Varano    

Esiste l’identità calabrese? Venerdì a CdA con Castrizio, Teresa Timpano e Varano

Esiste l’identità calabrese? Venerdì a CdA con Castrizio, Teresa Timpano e Varano

identità   di ANTONIO CALABRÒ

- Si parla molto spesso di “identità calabrese” , non soltanto nel segno di quel regionalismo marcato che costituisce un dato di fatto reattivo alla globalizzazione, ma anche come elemento costituente di un futuro migliore per tutti gli abitanti della nostra regione. L’identità regionale è in effetti una diretta conseguenza dell’identità nazionale, nata nel ‘700 e poi affermatasi nel secolo successivo con la sua degenerazione nel “nazionalismo”, uno degli elementi di base delle grandi stragi del secolo breve.

Le identità collettive sono però una presenza costante nella storia. Riconoscersi come individuo appartenente ad una comunità che condivide elementi culturali e geografici, è sempre stato motivo di certezza e di forza. La patria, la religione, la famiglia, sono stati per secoli i valori fondamentali delle società. Lo sgretolamento di questi ultimi ha portato ad una radicale modifica del mondo intero, trasformandolo in ciò che, secondo Baumann, può essere definito come “società liquida”. Individualismo sfrenato e relativismo totale sono i nuovi parametri di una collettività senza alcuna forma: si assume quella più agevole, più consona al modo di ciascuno di agire, o semplicemente si assume l’unica forma possibile; ciò che per alcuni può essere prologo della libertà e dell’autodeterminazione, per altri è prigione assoluta e senza scampo. Per citare Gramsci, l’uomo è vittima fatale dei tanti paradigmi culturali dettati da regole che favoriscono il potere e null’altro, ma allo stesso tempo, il ventaglio delle opportunità si è allargato a dismisura come mai lo era stato nella storia. Società della contraddizione e di un caos forse solo apparente, questo è il presente. In questo presente pullulano le volontà di aggregazione, molte delle quali hanno carattere locale e si muovono in direzione contraria agli eventi.

Il problema dell’identità calabrese s’inserisce in questo contesto. Usato ad arte da intellettuali e politici, tende a far scoccare la scintilla dell’orgoglio, che può essere anche evento positivo. Ma lo fa partendo da dati di fatto contrastanti e sicuramente da approfondire. Parlare semplicemente di “calabresità”, senza tenere conto della storia e della cultura, è qualcosa di simile ad una truffa. Intanto perché esistono tante Calabrie. Le differenze tra le province sono marcate, sia nelle tradizioni che nel linguaggio (esistono decine di dialetti calabresi); i localismi molto pronunciati, il campanile quasi di stampo medievale. La storia feroce della nostra terra ha prodotto reazioni che sfociano sia nel terribile fenomeno delle organizzazioni criminali, ma anche nella violenza come soluzione (un esempio attuale? Nel calcio regionale negli ultimi 12 mesi 79 casi di violenza, secondi in tutta Italia dietro la Sicilia), nella truffa allo Stato o alla Comunità Europea come opera meritoria, nell’abusivismo come regola. Giustificare ciò con la storia di tremendo sfruttamento e d’ingiustizia perenne è consolatorio, ma non vale. D’altro canto, la moltitudine di uomini onesti che si spendono per un reale miglioramento, spesso non possono fare a meno di confrontarsi con una realtà di abbandono, di promesse non mantenute, di inganni tragici; e allo stesso tempo non si può disconoscere che, senza l’Italia, senza il grande Welfare del post-guerra, senza “i soldi di Roma”, la nostra terra sarebbe economicamente ridotta a terzo mondo.

In questa complessità fiorisce il termine “Calabresità”. Però dargli una definizione unica sembra piuttosto difficile se non improbabile. Cosa vuol dire esattamente? Mangiare in abbondanza cibi piccanti e grassi, come sosteneva quel comico televisivo? O ballare perennemente la tarantella? Parlare in dialetto, usare le prefiche ai funerali, essere testardi come muli, essere contadini legati alla terra, pescatori di pescespada, latitanti dell’Aspromonte, o sono soltanto queste delle immagini che valgono per pochi e vengono spacciate per “tesoro” di tutti? La Calabresità vuole davvero il ritorno alla terra, trasformare tutti in quei bravi buoni e supini contadini che tanto accendono il cuore d’intellettuali dal palato fine, vuole rilanciare quelle strazianti muttette che narravano storie di soprusi e privazioni come inni, vuole diventare il nuovo “ideale” per unire un popolo che conta meno di un quinto di quella della Lombardia? Il reddito individuale dei calabresi è di 14.710 euro, quello medio nazionale è di 19.750, quello dei Lombardi di 23.320. Per risolvere questo problema, è necessario davvero “il ritorno all’identità calabrese” o è soltanto uno slogan, uno specchietto per le allodole, una trappola per gonzi?

Inoltre, e appunto il problema persiste, cosa è veramente l’identità calabrese? Un milione e settecentomila individui che abitano una terra aspra, la cui bellezza innegabile non ha mai portato benefici se non agli animi dei poeti, la cui antichità non è mai servita a nulla se non a rimpianti spesso falsificati, le cui potenzialità non sono mai state sfruttate, potranno avere una riscossa cercando soluzioni nel proprio isolamento ?

Oppure si tratta solo dell’ennesima mistificazione che distoglie l’interesse da quella che dovrebbe essere la medicina di qualsiasi società organizzata, e cioè la politica?

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Parleremo di Identità Calabrese Venerdì 19 Febbraio nella serata d’apertura della rassegna “Calabria d’Autore” , nel consueto “agorazein”- il dibattito, con Aldo Varano, direttore di ZoomSud, lo storico professore Daniele Castrizio e la dottoressa Teresa Timpano, direttrice della compagnia teatrale “Scena Nuda”. Il dibattito inizierà alle 18,30, nei locali dell’associazione “Incontriamoci Sempre”, presso la stazione FS di Santa Caterina.