Direttore: Aldo Varano    

LA PAROLA CHE (ancora) NON C’È. Ndranghetìte*

LA PAROLA CHE (ancora) NON C’È. Ndranghetìte*

 ndrmDa lungo tempo la città di Reggio Calabria, la sua provincia ed anche alcune aree limitrofe che una volta si estendevano fino alla piana di Lamezia e che venivano chiamate Calabria Ulteriore sono interessate da una epidemia, ndranghetìte, imputabile al batterio denominato ‘ndrànghitus cerebri’;  

 le cronache sanitarie ci dicono che è attivo da più di un secolo, che con il tempo ha subito importanti mutazioni che gli hanno permesso di sopravvivere anche in condizioni ostili e di sfuggire a tutte le profilassi finora approntate per combatterlo, che le mutazioni indotte lo hanno persino rafforzato sicché ha potuto diffondersi ulteriormente sconfinando nella penisoletta che una volta era denominata Marchesato di Crotone e in altre aree dell’Italia centrale e settentrionale.

Focolai dello stesso batterio sono stati rintracciati, diffusisi al seguito di colonie provenienti dalla madre terra calabra, presso popolazioni immigrate in Europa ed anche in altri continenti. Fuori dalla Calabria la presenza del malessere in questione sembra sotto controllo da parte dei sistemi sanitari nazionali. Nessun bacillo è stato trovato nello spazio e nelle navi che, lanciate da umani di diversa razza e nazionalità, lo hanno finora attraversato; e questo potrebbe essere a causa delle scrupolose sterilizzazioni preventive che vengono fatte sui vettori prima di ogni lancio.

Gli esperti conoscono solo il nome del bacillo assieme a pochi altri sintomi analoghi a quelli di altri malesseri che intristiscono altre regioni della penisola italiana, per la verità tutte appartenenti nell’ex regno delle Due Sicilie, e che si chiamano mafia generalis siculiana, camorra rubia e un altro che viene indicato con un acronimo di sole tre lettere, SCU.

La similitudine non può andare oltre gli aspetti superficiali forse perché anche di queste altre malattie, nonostante il gran parlare, poco si sa.

Se qualcuno applicasse il metodo socratico del ti esti nel colloquiare con i tanti che passano per conoscitori della materia, e che per le ragioni più diverse se ne occupano, si accorgerebbe che gli stessi brancolano nella nebbia più fitta e che credono di sapere molte cose ma niente di definitivo e circostanziato sanno. E sarebbe grande cosa se alla fine del percorso majeutico arrivassero alla conclusione del grande ateniese, prodromica alla strutturazione di qualsiasi disciplina, confessando: “Sappiamo di non sapere!”.

Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, complice anche l’accrescimento esponenziale della comunicazione sia per quantità che per qualità, il complesso delle informazioni sul bacillo e sulla sua diffusione, nonostante i limiti di cui abbiamo discorso, cominciò ad accumularsi e a sedimentarsi. E si venne a creare una disciplina derivata cui oggi potremmo dare il nome di ndranghetologia la quale vide aumentare a dismisura, ed in modo direttamente proporzionale al numero dei suoi praticanti, i suoi contenuti.

Essendo però piccolo e costante il numero dei dati di fatto in un aggregato che cresceva sempre di più, e quindi la quota di essi dati nell’insieme risultante, si venne a cristallizzare una conoscenza aleatoria che anche un epistemologo di basso conio avrebbe potuto diagnosticare come proprio di un paradigma scientifico a decrescente attività induttiva e a prevalente ipertrofia deduttiva. Ne è conseguito che la disciplina si è allontanata progressivamente dal modello delle scienze esatte di comtiana memoria per avvicinarsi a quelle forme di sapere intuitivo e a priori che nei secoli passati avevano assunto il nome di metafisica.

Quest’ultimo antico sapere, dopo più di venti secoli di vita ora grama ed ora rigogliosa, ad un certo punto della sua vicenda aveva incontrato sulla sua strada un grande filosofo che ne aveva fatta una critica radicale da cui sembrava, fino a qualche tempo fa, non potersi riprendere più.

La ndranghetologia sembra essere uno degli ultimi polloni germogliato non si sa come dall’albero ormai rinsecchito della metafisica che ha puntato decisamente verso l’alto succhiando la poca linfa che saliva dalle radici. Questo germoglio verticale e competitivo potrebbe assorbire un nutrimento eccessivo e canalizzarlo solo verso la crescita legnosa anziché verso un esito fruttifero. E come un adolescente che crescesse troppo in altezza avrebbe bisogno di un istruttore adeguato che, facendone sviluppare la muscolatura, desse proporzione e forza a quel corpo esile ed allungato, così il succhione della ndranghetologia avrebbe bisogno di un potatore di vaglia che ne riducesse le parti apicali e sterili a vantaggio di quelle laterali e produttive.

Ma nessun potatore è all’orizzonte e nessun Kant redivivo appare capace di elaborare una critica radicale di tale accumulo di deduzioni per retrocederlo con decisione dallo stato di episteme cui aspirano i suoi cultori a quello molto più banale e adeguato di pistis.

Una parte consistente delle pubblicazioni e informazioni ndtranghetologiche ha assunto la forma letteraria del romanzo e del racconto che, nella pletora di carta e inchiostro utilizzati sul tema, appare quella più legittimata allo spreco; se non altro perché la produzione narrativa mira aristotelicamente ad esprimere non il vero ma il verosimile, e quindi risulta meno boriosa e pretenziosa della ndranghetologia applicata alla sociologia, al diritto, alla storia.

*Dall’introduzione al saggio su Saverio Strati, pubblicato a firma del professore Giuseppe Tripodi sul numero 3 del 2010 della rivista letteraria Belfagor, fondata da Luigi Russo con Adolfo Amodeo.