Direttore: Aldo Varano    

LA PAROLA e LA STORIA. ‘Ndrànghita/3, ‘ndrina

LA PAROLA e LA STORIA. ‘Ndrànghita/3, ‘ndrina
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   Alla lunga vitalità dell’‘andragathìa’ greca ha fatto dunque da controcanto l’inversione di significato che si è affermata rapidamente facendo aggio sul vecchio ‘grumo semantico’.


Ma la degenerazione della ‘cosa’ (nomina sunt conseguentia rerum, avvertiva l’antico adagio) è stato soltanto uno dei fattori, sia pure molto importante, di questa vicenda.

Hanno altresì concorso:

a)     la diffusione esponenziale della lingua nazionale indotta dalla massiva ‘cura radiotelevisiva’ della seconda metà del secolo scorso; ciò ha ristretto l’uso del dialetto romanzo, da quasi un millennio lingua-madre della grande maggioranza dei calabresi, marginalizzandone il lessico.

b)    la prevalenza nella vicenda linguistica di soggetti (giornalisti, forze dell’ordine, magistrati) portatori di una visione del mondo antagonista e alternativa a quella delle classi rurali che per millenni avevano usato gli stessi concetti ed avevano condiviso gli stessi valori. Significativa in proposito la pubblicazione di un libro sui vecchi e nuovi codici delle mafie (Male lingue, Cosenza 2014) scritto da due glottologi di professione, da un giornalista ‘ndranghetologo e da un magistrato inquirente di ‘chiara fama’; non un rigo che spieghi il contributo di ciascuno di essi, come di norma avviene nel mondo scientifico, con l’atroce incertezza sul ruolo del dottor Gratteri: è stato usato solo come ‘civetta’ per incrementare le vendite o anche come esperto supervisore quando il libro era pronto per la stampa?      

c)     la duttilità dei criminali protagonisti della svolta narcotrafficante e capitalistico-finanziaria del vecchio marchio artigianale: poco curanti di riti e regole sociali, nei quali la comunicazione linguistica (la ‘favella’) era stata tanta parte, si sono ormai organizzati familisticamente  e stanno cercando persino nuove denominazioni per la ‘cosa’: la ‘Santa’ dovrebbe essere il nome di battesimo che, a quanto raccontano i comunicatori bene informati, sostituirà definitivamente per i prossimi millenni la vecchia ‘andragathìa’.

La civiltà contadina, cui si deve la lunga conservazione di andragathìa e dei significati connessi, creava dei contrappesi linguistici che evitavano l’insuperbirsi degli uomini d’onore.

La ‘ndrànghita era sì la ‘società dell’omini boni’ (G. A. Crupi, La Glossa di Bova, p. 75) ma era anche la ‘ndràngula, la società degli ‘ndrànguli cioè dei coglioni.

Gli ‘ndranghetisti erano gli uomini con gli attributi, quelli a cui gli ‘ndrànguli ‘nci mpendivanu’ evidentemente in proporzione al grado ricoperto nell’onorata società! Ma a forza di pendere gli ‘ndranguli si avvicinavano al culo. Sentirsi dire che  ‘Nci rrivàru li paddhi a lu culu’ non piaceva ad alcun ‘masculu calabrisi’, ‘ndranghetisti compresi!

Ma la forza di gravità aveva le sue leggi a cui neanche il più grande dei ‘capi società’ poteva sottrarsi; in ogni caso era meglio questa che la lupara dei giovani rampolli dell’organizzazione che, per aumentare il peso dei loro ‘ndrànguli, avevano bisogno di qualche cadavere, preferibilmente di quelli le cui palle erano gravose.

Lo ‘ndranghetista, come l’andragatos classico, si sentiva valente ma doveva anche sapere che lu valenti mori a manu di lu mischinu.

Tra i significati dell’andragathìa classica (Martino, 55) c’era la ‘capacità di generare molti figli’; mègghiu riccu di sangu chi di dinari dicevano con rimpianto gli ndranghetisti che avevano fatto i soldi ma rischiavano di soccombere nelle guerre per mancanza di soldati fidati cui affidare le proprie ragioni. Gli altri, quelli che di figli ne avevano fatti tanti e li vedevano perire nelle faide o marcire negli ergastoli, maledicevano quel motto con il groppo in gola.

Sbaglia John Trumper (Male lingue, p. 171) ad attribuire al verbo ‘ndrang(h)itiari il significato di ‘essere, comportarsi nella postura, da malavitoso’; prima di tutto perché malavitoso è un aggettivo sostantivato che, sia nel linguaggio della giurisprudenza che in quello degli stessi ‘ndranghetisti, indica l’attività dei criminali comuni (ladri, protettori, rapinatori di bassa lega) e sia perché scambia la ‘postura’, la forma di presentarsi e di vestire, per la sostanza dell’agire degli uomini d’onore.

‘Ndranghitiari indicava più propriamente il parlare sommesso e accennato nel quale, senza ‘buccazziari’ (senza cioè alzare il tono della voce), gli associati si comunicavano le cose essenziali, le novità sui delitti avvenuti (dari cuntu e pigghiari cuntu), le ‘imbasciate’ importanti che giungevano da altre cellule della ndrangheta, le convocazioni per gli incontri da farsi.

L’attività più rilevante si svolgeva nei summit in cui l’uso della ‘favella’ serviva per appianare i contrasti, per decidere come ‘manutenere’ la macchina criminale, per progettare nuovi ‘investimenti’ e per la ripartizione dei ‘dividendi’.

La postura e anche ‘il camuffo’ dai colori sgargianti, che i giovani narcisisti portavano con albagia, erano malviste dalle persone ‘sagge’; ci raccontavano di Ciccio Filastò  che chiedeva ai neofiti: “Chi t’u menti a fari ssu camuffu! Mi nci comunichi ‘o marisciallu cu sì? Va’, va e cacciattìllu! Subitu!”.

Infine alcune annotazioni sulla parola ‘ndrina, sinonimo di ‘locali’, organizzazione minima della ‘ndrangheta. ‘Male lingue’, pp. 180-182, si diffonde sulle possibili etimologie: a) longobardo landern> vagabondare> malandrino > indrinu > ndrinu> ndrina; b) albero > quercia > boschetto >  dendrina, drys> ‘ndrina (p.181); ‘tre costituisce una trijina e la forma con –nd- al posto di ‘-nt- è il segnale del sostrato greco, certamente non di quello latino nel reggino’ (ibidem).

C’è una sovrabbondanza in tutte e tre le proposte e, anche in questo caso, “lu troppu  stròppia (distorce) e stroppìa (fa male)”: su a): il calabrese dispone di malandrinu e malandrinerìa   per indicare ‘ndranghitista e ‘ndranghita; in genere una parola romanza si evolve nella corrispondente italiana e non viceversa; su b): il pout-pourri non convince; Giovanni Crupi (La Glossa di Bova, p. 82) registra to dendro per ‘quercia’; la ‘forma greca dendrina’ si riferisce al greco antico, al neo-greco o al greco-calabro? Su c): ‘la forma –nd  al posto di –nt’, che dovrebbe segnalare l’esistenza del sostrato greco e l’inesistenza di quello latino, in trijina (forse la j non c’entra) semplicemente non c’é.

Ma il greco bovese (La Glossa di Bova, sub voce) presenta: o andra, l’uomo, il marito. Forse ‘ndrina, la associazione degli uomini veri non dei quaqquaraqquà, deriva da andrina (astratto da andra) con l’aferesi della vocale iniziale. O no?