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Caminiti, l’arte povera che crea emozione e storia, appena

Caminiti, l’arte povera che crea emozione e storia, appena
cam  Le sculture, le composizioni di Pino Caminiti non hanno una storia, o appena. Sono nate su un  rudimentale banco di attrezzi, da un impulso della mano, da un pensiero dell'occhio. Su quel banco, qualcuno (Pino Caminiti) aveva trasportato relitti, oggetti, materie già lavorati, consumati dal mare, restituiti alla spiaggia. 

La “storia” era lì. Una storia lunga o breve, informe e confusa, eterna come quella della materia e contingente, casuale, come quella del lavoro e della vita degli uomini – quella dei giorni, degli oggetti che si usano e poi si buttano via, si fabbricano e si distruggono. E anche un'altra storia, per forza, quella dello spazio, del luogo. “Naturale”, certo – una storia del vento e delle mareggiate, di una striscia di costa, del passaggio in cielo del sole che brucia e consuma le cose, d'estate. Ma anche, certo, “sociale”. A quel luogo gli uomini hanno dato un nome (si chiama “Saline”). In quel luogo vivono – senza starsi troppo addosso, è vero, a meno che non si ammucchino ogni tanto sotto gli ombrelloni. Pensionati e proprietari, poliziotti e mafiosi, politici e pizzaioli, e gitanti, e venditori ambulanti. Per questo c'è anche, dietro la spiaggia, dietro una stretta striscia di case, una strada ferrata, per esempio, che “prima” portava da un posto ad un altro, e “ora” (perché?) comincia e finisce nel nulla. C'è anche, per esempio (perché?) a chiudere il mare da un lato qualcosa che si chiama “una fabbrica” (anzi: un “impianto”); che è stata costruita “tanti anni fa”, che non ha mai funzionato.

La storia, una storia, è anche dentro l'uomo che qui è venuto a vivere, e a camminare in riva al mare, posando lo sguardo attento e forse un po' ansioso sul legno imporrito di un vecchio albero morto, su una latta incurvata, sull'asta di un'inferriata arrugginita. Come tutte le storie degli uomini, è, è stata la storia di un tentativo. In questo caso, quello di dare il suo contributo al progresso, al miglioramento della vita di tutti – come un singolo uomo può (dovrebbe poter) fare: impegnandosi nella politica, nell'azione collettiva per cambiare la vita, la società, in quel piccolo pezzo del grande mondo dove gli tocca di vivere. Niente è più “umano” - se la politica è l'azione della volontà umana sul “sistema” in cui gli uomini sono costretti a vivere, da prima di nascere, che gli piaccia o no. Se la politica è l'aspirazione dell'uomo, quando è “un uomo”, a realizzare nel mondo quella parte di libertà di cui il mondo ha bisogno, per essere un mondo “umano”. Ma come tanti, tanti altri, e specialmente in questo nostro piccolo pezzo di mondo, il tentativo è stato interrotto, la politica-come-sistema, che è soltanto un “pezzo” del sistema più grande, e uno di quelli in cui è più difficile introdurre questa parte di libertà, lo ha respinto. Anche per questo, e quei tanti, tanti altri tentativi che sono finiti nello stesso modo, la vita, la società non sono cambiate. Sono sempre, e qui più ancora che altrove, fatte male.

Questa storia ha incontrato le altre storie, quelle che si depositano in segni sparsi, in tracce più o meno consunte, nel mondo fuori di noi. Ed è nata una “forma”.

Che cosa è una forma? Tutti gli oggetti, i corpi, le materie hanno forma. Ma anche negli uomini quando guardano, quando sentono e pensano, quando “fanno” qualcosa per il piacere di “farla” c'è una forma –  nasce dall'incontro di tutte le storie, “di dentro” e “di fuori”, che la vita e il mondo raccontano a gara, e chiede di diventare una cosa, una cosa unica, nuova che è insieme “di dentro” e “di fuori”.

I lavori di Pino Caminiti ci “fanno vedere” (sichtbar machen, diceva Klee – rendere visibile) questo incontro, ci fanno vedere “come nasce” una forma. Davanti a questi oggetti, a queste opere, riaffiora nella nostra memoria tutto un repertorio di forme “illustri” nell'arte del Novecento, e la traccia di tante “poetiche” - da quando Picasso cominciò a fissare dentro la cornice del quadro pezzi di spago e bastoncini e bustine di fiammiferi, e a fabbricare sculture con i cucchiaini da caffè, le carte da gioco e i mattoni. L'objet trouvé e il cadavre exquis, il “materico”, l'Arte povera...  Qualcosa potrebbe far pensare alle “macchine celibi” di Duchamp, in altre si possono ritrovare i contorni netti e gli spessori compatti di certe sculture di Brancusi, altre ancora – le “lampade” - fanno pensare ai meccanismi colorati, frenetici di una installazione di Tinguely, “compressa” nello spazio di un singolo oggetto – ma uno spazio che rimane aperto, dinamico, come un teatro.

Queste forme sono nate nelle mani e nell'occhio di qualcuno che aveva, che ha, “il senso della forma” - che fa tutt'uno con una memoria, e magari un “inconscio”, della storia dell'arte. E questo inconscio, questa memoria, sono affiorate nell'ora dei bilanci, quando la vita di un individuo, la sua storia, si ripiega su se stessa, non è più un impegno e una prova, ma un “resto”, una traccia – essa stessa una memoria e un inconscio. Ma non sarebbero nate, insieme – e in questo “insieme” c'è l'arte – se in esse non fosse stato raccolto un messaggio, non fosse venuta a espressione una storia, che forse era già nelle cose – e che chiedeva quel gesto e quel pensiero, e anche quell'”altra” storia, per fissarsi, per diventare visibile, per trovare una (la sua?) forma.

Ora, le opere sono qui, la loro muta autorevole presenza riflette il nostro sguardo, e si trasforma in emozione. Pino Caminiti non aveva pensato, da giovane, di diventare un artista. Non aveva viaggiato per mostre e gallerie, non aveva passato le notti a discutere di pittura e scultura, di moderno e di post-moderno, dell'”astratto”, del “concettuale”, e del “performativo”. Le aveva passate a discutere, prima, di capitalismo e socialismo, di fascismo e democrazia, e poi di Mezzogiorno e di mafia, di corruzione della politica e di riforma dei partiti, di sviluppo economico e di “recupero” ambientale. Ma la vita gli ha insegnato (e il mare e la spiaggia di Saline), che oltre tutti gli ostacoli, le difficoltà e i fallimenti che incontriamo, quando cerchiamo di cambiare il mondo, la libertà dell'uomo può sempre trovare in questo stesso mondo un luogo “sicuro” per esprimersi ed affermarsi, per parlare agli altri, per mettere in comune il senso di qualcosa che non può esserci tolto. E che questo luogo è l'arte.