Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Non sembra, ma qualcosa sta cambiando. E’ l’istinto borghese?

L’INTERVENTO. Non sembra, ma qualcosa sta cambiando. E’ l’istinto borghese?
borghese   Nel Sud storicamente oppresso – non senza responsabilità sociale, di gruppo -  dalla cappa plumbea del potere mafioso e para mafioso (associazioni segrete et similia)  il clima, nonostante l’apparente immobilismo, è definitivamente cambiato; e non si tratta più – venendo specificatamente alla situazione di Reggio Calabria - delle modalità di espressione o meno di un generico sentimento anti Ndrangheta.

E' vero, la Città “normale” sembra rispondere agli arresti (penso, da ultimo, a quelli emergenti dall’operazione Fata Morgana) ed alle continue indagini con indifferenza, parziale  scetticismo; forse, più precisamente, con la sconsolata rassegnazione di chi non ci crede davvero del tutto, di chi ne ha viste tante (soprattutto di marce anti mafia) e tanto altro ha sperato.

 Eppure, qualcosa di sostanziale è avvenuto: il flusso delle generazioni, l'addio dei vecchi, il contagio dell'alternativa possibile e di una Città “altra” hanno prodotto frutti buoni anche se non sufficienti.

E non si ascoltano più alti i lamenti dei "compari" tristi, a lutto per gli equilibri rotti, per un ordine comunque sovvertito; non che siano spariti i ‘cori tragici’ di sostegno ma sono ormai minoranza, e si vergognano pure!

E' vero, la Città è in maggioranza silenziosa – e quanti Soloni a ricordarlo e biasimarlo! -  ma è un silenzio eloquente, che interroga innanzi tutto se stessa. E poi è sincera al 100% l'indignazione profonda, la presenza fisica e l’impegno economico dei tanti cittadini turbati per le sorti, ad esempio, di Tiberio Bentivoglio o per la permanenza in Calabria di Callipo (il Commendatore del tonno in scatola), ancora una volta oggetto di vili attentati intimidatori; per l'ingiustizia atroce, dunque, di una libertà - anche d'impresa – concussa fino all’inverosimile.

 Davvero nessuno ne può più di vessazioni, di minacce, di limiti e barriere alla vita, al movimento, allo sviluppo; e poi, bisogna riconoscerlo, gli atti di indagine che hanno coinvolto gli ultimi rappresentanti in libertà delle “famiglie” più importanti consegnano alle cronache una Ndrangheta esattrice d'imposta, collocamento obbligatorio e burocrazia politica di autorizzazioni e concessioni al commercio. Ma come, verrebbe da dire, non è la mafia più potente del mondo? Non è Capofila nel traffico internazionale di droga, al pari dei colombiani e dei messicani? E perché, allora, si ostina ad occuparsi, ai suoi livelli più alti, di beghe relative all’apertura o meno dell’ennesimo bar? Tale rappresentazione è, quindi, non solo tragica ma in qualche maniera comica ed assurda nell’emersione del tentativo costante ed ostinato di non perdere le redini del controllo, la “facciata” di governo d’un territorio ormai non più centrale nel business ma che si ritiene comunque insostituibile, originario, mitico. Tale feudalesimo premoderno è ormai risibile – magari in privato – e, nelle diatribe capziose che i capi sono chiamati a dirimere non senza difficoltà e compromessi, essenzialmente goffo, come di un simil-Leviatano tronfio che è caduto a terra, che si industria per rialzarsi.

E, forse, laddove non può aver successo pieno la repressione penale, ne' la Rivoluzione Culturale e Comunitaria da tanto, troppo tempo idealizzata ed attesa, non potrà spuntarla l'anarchismo individualista dei calabresi? Quell’istintivo Antistatalismo, l’essere storicamente refrattari alle burocrazie pletoriche non si rivolge, oggi, anche contro lo Stato dell'antistato? Contro un Potere, ormai sempre più frammentato, scisso e comunque incomprensibile nei giochi interni delle tante “famiglie” in contrapposizione o presunta tale? Tutto è pronto, forse, perché dietro ai veri imprenditori del Sud si formi una necessaria coscienza borghese, orgogliosa del proprio lavoro e gelosa del successo ottenuto, della crescita delle aziende, della selezione dei propri lavoratori; pronta perfino - e finalmente - ad evadere il fisco atroce del Vampiro mafioso, ad eludere le norme vigliacche dei suoi regolamenti, a scacciare dai propri locali gli emissari della sua politica non più dominante.

Sergio Ricossa da ultimo e gli altri maestri liberali del Novecento italiano, penso a Sturzo ed Einaudi, ce lo hanno insegnato: la borghesia fattrice di modernità e progresso, non ha nulla a che fare con l’eredità dei padri, con l’appartenenza a corporazioni protette, con la vita facile di chi non ha sudato il proprio successo, con, ad esempio, quella Gente Bene così tanto coinvolta nelle più recenti espressioni del potere criminale sempre più senza coppola che, da sempre, coltiva la vicinanza e l’amicizia con le frange più presentabili del potere mafioso; la borghesia – quella ancora in fieri nel nostro meridione – c’entra con l’intraprendenza dei singoli (soprattutto di chi non ha niente e ha fame di tutto), con la testarda opposizione al privilegio e al sopruso, con l’amore per le cose realizzate, con l’edificazione di iniziative libere di espandersi, capaci di successo, profitto e lavoro. Dopo i tanti eroi magistrati, poliziotti, preti e giornalisti, di questi eroi borghesi avremmo adesso davvero bisogno, di una Società refrattaria al denaro pubblico e al favore clientelare, pronta all’investimento privato, al rischio d’impresa, anche al coraggio del fallimento … ma non al lavoro conto terzi, alla cessione dei propri sudati utili ad una burocrazia improduttiva di seconda e terza generazione, ormai capace dei lussi e della bella vita ma decisamente estranea a quell’artigianato delle buone idee e della tanta fatica che caratterizza l’autentico spirito borghese.

*Nella foto, Franz Borghese, Tutto il resto è noia