Direttore: Aldo Varano    

Il privato e’ pubblico. Il pubblico può essere privato? NINO MALLAMACI

Il privato e’ pubblico. Il pubblico può essere privato? NINO MALLAMACI

di NINO MALLAMACI* – (rep) È di questi giorni la notizia dell’autosospensione (che significa? ma lo spazio è poco per approfondire) dello staff del sindaco dall’attività prestata a vantaggio (?) dell’amministrazione cittadina.

Metto da parte ogni considerazione su questa strana e bizzarra vicenda, per concentrarmi sull’aspetto che ho preannunciato nel titolo: è vero, si dice spesso che il privato ormai è divenuto pubblico, soprattutto quando si tratta di notizie che coinvolgono persone con un ruolo importante e visibile nella società e/o nelle Istituzioni; ma il pubblico, le Istituzioni, possono, dal punto di vista della legalità, della legittimità, della opportunità amministrativa e/o politica, essere utilizzate come se fossero nella disponibilità di chi in un dato momento è preposto, in virtù di un qualsiasi titolo, ad una determinata funzione?

Nel caso appena sopra accennato, così come negli altri degli incarichi-non incarichi e delle rappresentanze-non rappresentanze assegnati a persone care in assoluta carenza di oggettive valutazioni di merito (nella p.a. la valutazione intuitu personae può arrivare fino ad un certo punto), ci sono signori i quali senza alcuna legittimazione, se non quella della parentela o dell’amicizia col sindaco o con i suoi affini, si sono ingeriti negli affari del Comune, hanno maneggiato documenti, visionato dati credo anche sensibili, presenziato presieduto riunioni o incontri.

La faccenda non è solo grave: è incredibile, è il sintomo di un dilettantismo e di una pressappochezza impressionanti, allarmanti.

Ma è anche la spia che denuncia una tendenza all’utilizzo della cosa pubblica come se si trattasse di un contesto privato, nel quale si può operare seguendo non le regole cogenti di varia origine normativa precipue e inderogabili proprie della pubblica amministrazione, ma quelle che il privato, nella sua autonomia civilistica, ha la possibilità di osservare.

Detto questo, vi è un’altra vicenda, certamente meno grave dal punto di vista amministrativo ma altamente simbolica, nella quale il sindaco si è determinato come se sedesse nella sua abitazione privata e non sullo scranno di rappresentanza amministrativa e politica dell’intera comunità reggina.

Prima di entrare nel dettaglio della storia ho però la necessità, affinché essa sia comprensibile a tutti i lettori, di narrare l’antefatto.

Quando Giuseppe Falcomatà, prima di affrontare le primarie per la candidatura a sindaco, venne a chiedermi sostegno e appoggio, tra l’altro scontato per tanti motivi, oltre a chiedergli di rassicurare me e tutti coloro che in me credevano sulla sua autonomia rispetto ad altri soggetti a lui affini giuridicamente che non godevano e non godono della sua stessa credibilità presso l’elettorato (Giuseppe sul punto fu categorico, tanto che ogni mio residuo dubbio sulla questione fu spazzato via), io gli manifestai la mia disponibilità, in caso di vittoria, di ricoprire qualsiasi ruolo nella sua “squadra” (escluso quello di amministratore), essendo io dipendente pubblico e quindi utilizzabile a costo zero. Questo solo per dare una mano a un progetto che, nella mia mente come in quella di tanti altri, si connotava come una ripresa, non nei risultati tutti da verificare ma almeno negli elementi costitutivi, del discorso interrotto con la scomparsa del povero Italo.

Gli dissi esattamente che avrei potuto ricoprire il ruolo di capo di gabinetto o di qualsiasi altra natura, a costo zero, e che mi sarebbe stata sufficiente una postazione a Palazzo S. Giorgio per lavorare per la città. In quell’occasione, Falcomatà non si sbilanciò, com’era giusto che fosse, e rimanemmo d’accordo che ne avremmo riparlato.

Dopo aver vinto le elezioni, andai ad abbracciarlo il giorno dopo presso la sua segreteria sul Corso Garibaldi.

Dopo quell’abbraccio, non ebbi più alcuna occasione di parlare con lui, in alcun modo.

Passati diversi mesi, intorno al 20 di marzo c.a., ricevo una telefonata dal Comune da una sedicente “addetta stampa del sindaco”, la quale mi invita, a nome del sindaco stesso che le aveva fornito il mio numero, ad una conferenza stampa per il lunedì successivo, nel corso della quale sarebbe stata presentata l’iniziativa “Il verde è al verde 2.0”; la giornalista mi riferisce che il sindaco ci tiene tanto essendo stato io l’ideatore della cosa 20 anni prima, all’epoca della prima giunta Falcomatà. Io rispondo che lunedì non ci sarei stato in quanto avrei dovuto recarmi all’estero.

Successivamente, avendo per motivi personali dovuto rinunciare al viaggio, scrivo direttamente al sindaco dicendogli che in ogni caso non sarei stato presente all’evento, ciò per due motivi: la mancanza di rispetto per il sottoscritto per non averlo degnato per mesi di alcuna risposta rispetto alla disponibilità manifestata; l’ulteriore mancanza di rispetto nel non aver sentito la necessità, dopo mesi di silenzio, di comporre lui stesso il mio numero di telefono, invece di passarlo alla sua collaboratrice. Giuseppe mi risponde in maniera evasiva, e io archivio la questione prendendo atto dell’enorme errore di valutazione compiuto ab initio dal punto di vista personale e non politico-amministrativo (successivamente la consapevolezza della cantonata presa si sarebbe allargata in tutto e per tutto).

Ebbene, alla conferenza stampa il sindaco parla dell’iniziativa, spiega il motivo del nome, richiama il mio operato encomiabile, tanto che i giornali riportano i riferimenti alla mia persona, qualcuno anche con una finestra che parla di me e della mia attività di 20 anni prima.

E qui il colpo di scena.

Scorrendo i giornali nel periodo successivo noto che, riferendo di adesioni varie all’appello del Comune, i redattori utilizzano la frase “adotta il verde”; penso, comunque, che la scelta sia dei giornalisti stessi e che sia dettata da ragioni di comodità espositiva, di scorrevolezza del discorso.

Che le cose non stanno in questo modo lo apprendo direttamente nelle aiuole della via marina, dove vedo la scritta “campagna adotta il verde” spiccare dappertutto.

Ora, al di là della questione personale, veramente di pochissima importanza, e dopo aver constatato che in altre vicende ben più significative il Comune di Reggio, l’amministrazione pubblica, sono stati considerati alla stregua di un’impresa privata, questa storia di poco conto si trasforma, dal punto di vista simbolico, in una cosa seria, serissima.

Se verranno spiegazioni plausibili sarò felice di prenderne atto; ma se le cose stanno in questi termini, è mai possibile che la cosa pubblica venga piegata fino a questo punto ai desiderata e, mi sia consentito, ai capricci di chiunque?

E’ mai possibile che, dopo aver presentato un’iniziativa agli organi d’informazione e alla cittadinanza, non si avverta l’esigenza, se le caratteristiche principali dell’iniziativa (il nome lo è senz’altro) devono essere cambiate per cause di forza maggiore (e non per capriccio, ovviamente), di comunicarlo agli stessi soggetti informati in precedenza?

O anche questa misera questione rientra nel quadro complessivo di una concezione ereditaria del mandato ricevuto, visto quello che è successo dopo e fino a ieri?

La risposta a questi interrogativi arriverà presto, dai fatti se non dalle persone. Già da ora, però, quello che mi sento di dire senza infingimenti è che le speranze di tanti rischiano seriamente di arenarsi nella pochezza, il dilettantismo, la faciloneria e, purtroppo, il fare spregiudicato di pochi.