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NDR. I 29 arresti tra Lombardia, Puglia e Calabria sviluppo dell'operazione Crimine

NDR. I 29 arresti tra Lombardia, Puglia e Calabria sviluppo dell'operazione Crimine

Milano, Monza e Brianza, Varese, Pavia. Ma anche Calabria e Puglia. Sono i luoghi dell'operazione dell'antimafia milanese 'Crociata' che, con le 28 misure cautelari emesse questa mattina ed eseguite dai carabinieri di Monza, ha permesso di smantellare la locale di 'ndrangheta di Mariano Comense (Como). Nel corso della mattinata, inoltre, è stata arrestata una 29esima persona per detenzione e spaccio di droga. Si tratta, spiegano in conferenza stampa i pubblici ministeri Alessandra Dolci e Marcello Tatangelo della Direzione distrettuale antimafia, di un proseguo dell'operazione Crimine - Infinito che nel luglio 2010 aveva portato in carcere 350 affiliati tra la Calabria e la Lombardia, oltre alla scoperta di 16 locali di 'ndrangheta in quest'ultima regione settentrionale.

L'operazione odierna, secondi gli investigatori di Monza, ha portato allo smantellamento della locale di Mariano Comense, in provincia di Como.

Tra gli arrestati, 11 sono affiliati all'organizzazione criminale di stampo mafioso, e alcuni di loro non sono 'ndranghetisti di primo pelo: tra i nomi spiccano personaggi già arrestati negli anni '90, con alle spalle anni di carcere e condanne per 416 bis.

Le accuse oggi sono di associazione mafiosa e a delinquere, narcotraffico internazionale di stupefacenti, usura, estorsione e rapine. Sono centinaia i chili di droga sequestrati dai carabinieri: marijuana proveniente dall'Albania, cocaina dalla Romania e hashish dalla Spagna. Lo stupefacente arrivava in Lombardia, base di stoccaggio del gruppo, e da qui lo stupefacente partiva per essere venduto sia in città settentrionali che al sud, in Calabria e Puglia.

E' stato un atto intimidatorio a far partire l'indagine: l'esplosione di colpi d'arma da fuoco contro una macchina a Sesto San Giovanni, nel milanese, il 18 e il 21 dicembre 2012.

Quell'episodio ha fatto emergere il malcontento della 'ndrangheta verso la messa all'asta di alcuni immobili. E un altro immobile, citato in una conversazione registrata dagli inquirenti, ha offerto un ulteriore input investigativo: un personaggio, intercettato, ha detto al telefono che avrebbe dato fuoco alla casa confiscata dallo Stato al fratello detenuto per mafia piuttosto che vedere l'edificio assegnato a un'associazione che lo avrebbe reso un luogo in cui svolgere attività sociali per la cittadinanza.

"La 'ndrangheta al Nord è capace di assorbire aziende e imprese artigiane che, in momenti di difficoltà economica, chiedono liquidità e protezione agli affiliati e non allo Stato - ha dichiarato il pm Marcello Tatangelo - Come topolini i mafiosi rosicchiano poco alla volta, sino ad ingoiare tutto". E' quanto accaduto a Franco Manno, imprenditore, che dopo aver incontrato una vecchia conoscenza da poco uscita dal carcere, lo assume. Se non fosse che questo si appropria dall'interno delle sue aziende, diventando in breve tempo da semplice collaboratore, a socio paritario e maggioritario, non esitando ad incendiargli un'azienda come avvertimento. "Manno ha vissuto con molto timore questa spoliazione progressiva, ma infine ha deciso di denunciare", continua Tatangelo.

L'operazione 'Crociata' ha inoltre permesso di individuare, come la chiamano i magistrati, il 'numero 19', ovvero la persona seduta al fianco del boss Salvatore Muscatello in occasione del summit di 'ndrangheta del 31 ottobre 2009 svoltosi al circolo Arci 'Falcone e Borsellino' di Paderno Dugnano. Otre ad aver accompagnato in auto il boss, aveva partecipato con lui al tavolo presieduto dall'avvocato tributarista Pino Neri, poi condannato per 416 bis, dopo l'uccisione del 'capo dei capi' scissionista Carmelo Novella. Inoltre acquistava droga dalla cosca dei Molluso, e se la rivendeva in proprio. Secondo quanto spiegano i magistrati Dolci e Tatangelo, il sostentamento dei carcerati continua ad essere una prerogativa della 'ndrangheta al Nord. E, nel corso delle indagini, sono emersi malumori tra i vertici della locale di Mariano Comense nei confronti di quegli affiliati che, nello svolgere le proprie attività criminali, "pensavano troppo a se stessi, devolvendo poca o nessuna parte dei proventi alla cassa comune per i detenuti".

All'interno della 'ndrangheta padana, infatti, non tutto è rose e fiori. E le migliaia di pagine di intercettazioni telefoniche delle indagini studiate dai magistrati, una volta rese pubbliche, non vengono lette solo dai giornalisti, ma anche dagli stessi imputati. E quando il boss Salvatore Moscatello tra le carte dell'operazione Crimine - Infinito apprende che un giovane affiliato al Nord, che di cognome fa Medici, vorrebbe 'fare le scarpe' scalando le vette della 'ndrangheta conquistando 'doti', ci mette poco a chiamare i vertici della casa madre calabrese chiedendo di stroncare sul nascere la 'carriera' al ragazzo intraprendente. Non uno sparo, non un colpo di pistola: "La 'ndrangheta è una struttura unitaria e risolve tra sé i propri conflitti, al suo interno. Non c'è stato bisogno di pistolettate, ma solo che un boss stimato al Nord chiedesse il supporto della madre Calabria, con cui il contatto è assoluto", spiega il pm Alessandra Dolci. (fonte lapresse