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REGGIO. Palaghiaccio, la Cassazione annulla la sentenza sui fratelli Zindato

REGGIO. Palaghiaccio, la Cassazione annulla la sentenza sui fratelli Zindato

La Cassazione annulla per la seconda volta la sentenza resa nel processo Alta Tensione nei confronti dei fratelli Francesco ed Andrea Zindato, con specifico riferimento alla sussistenza dell’aggravante mafiosa nel reato di intestazione fittizia dell’impianto sportivo Palaghiaccio, realizzato a Ciccarello nel 2008.

La vicenda si inseriva nell’ambito delle numerose attività economiche realizzate dai fratelli Zindato, introdottisi occultamente nel mercato imprenditoriale, negli anni tra il 2001 ed il 2010 nella parte alta della città e che erano state ritenute dalla DDA della Procura di Reggio Calabria realizzate per agevolare l’organizzazione mafiosa facente capo ai due fratelli.

In particolare proprio quella del Palaghiaccio aveva attirato l’attenzione degli inquirenti che indagavano sugli affari illeciti della consorteria mafiosa Caridi-Borghetto- Zindato che imperava incontrastata sul territorio di Modena, Ciccarello e San Giorgio Extra, per la singolarità della iniziativa imprenditoriale, una pista di pattinaggio a Reggio Calabria, e per il fatto che aveva visto la presenza fattiva della quasi totalità dei soggetti affiliati alla cosca nella realizzazione della struttura unica nel territorio e nel suo genere.

L’iniziativa era stata ideata e proposta agli Zindato dall’imprenditore Massimo Orazio Sconti.

Dopo un primo promettente avvio dell’attività, secondo quanto riferito ai magistrati dallo stesso Sconti, che era stato esautorato e soppiantato nella gestione dai fratelli Zindato, lui stesso sabotò l’impianto facendo sciogliere il ghiaccio e fallire l’impresa, sperando che tanto bastasse a tenerlo indenne dal pericolo che gli si contestasse il concorso nel reato di intestazione fittizia.

Non fu così perché sia lui, nel diverso processo celebratosi con le forme del rito ordinario, che i fratelli Zindato, nel giudizio abbreviato, furono condannati per intestazione fittizia di beni, ipotesi di reato, per giunta ritenuta aggravata dalla finalità di favorire la cosca mafiosa capeggiata da Checco ed Andrea Zindato, solo per questi ultimi due.

Prima il Gup e poi, per ben due volte, la Corte d’assise d’Appello di Reggio Calabria, ritennero, infatti, che l’iniziativa economica intestata allo Sconti nascondesse un classico esempio di interposizione fittizia di beni diretta ad occultare dietro un apparente prestanome il reale titolare (mafioso) dell’impresa ed anche a favorire la compagine criminale che esercitava la sua supremazia su quel determinato territorio e si giovava della ricchezza accumulata illecitamente.

Di questo avviso non era l’Avv. Giuseppe Nardo, difensore di Francesco ed Andrea Zindato che proponeva ricorso per Cassazione.

Già una prima volta la Suprema Corte nel giugno 2014, accogliendo il ricorso del penalista reggino, annullò la sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, rilevando il vizio di motivazione in ordine all’ingiustificata esclusione della possibilità che l’iniziativa economica fosse stata, per come sostenuto dalla difesa, impiantata per esclusivo interesse personale dei due fratelli e non della cosca, non essendo state correttamente indicate le ragioni logiche dalle quali inferire che mediante quell’impresa si volesse implementare la forza del sodalizio mafioso, determinandone, attraverso il suo fraudolento controllo, un accrescimento della posizione criminale sul territorio.

Nonostante il chiaro principio di diritto demandatole, la diversa Corte d’Assise d’Appello cui il processo fu assegnato per una nuova valutazione della vicenda, affermava ancora la ricorrenza dell’aggravante mafiosa.

Da qui il secondo ricorso per cassazione dell’Avv. Nardo, il quale, intervenendo davanti alla Quinta Sezione Penale, ha ribadito le ragioni di diritto che rendevano fallace la sentenza dei giudici reggini.

Anche questa volta la tesi dell’avvocato Nardo è prevalsa e la sentenza è stata rimandata indietro perché la Corte di Reggio Calabria si uniformi al ribadito principio di diritto e si ponga fine alla diatriba.