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SISTEMA RENDE. "Tutti rispondevano a Principe"

SISTEMA RENDE. "Tutti rispondevano a Principe"

Quello messo in piedi da Sandro Principe nel corso dei decenni era un vero e proprio “sistema”, del quale lui era l’unico “capo”. È Vittorio Cavalcanti, ex sindaco di Rende, a parlare di tale struttura, che vedeva al vertice come leader incontrastato l’ex sindaco, di fatto amministratore unico del Comune anche quando lui non c’entrava nulla. Un sistema «che non si cambia, quello si cambia solamente se se ne va il capo… se non se ne va il capo il sistema rimane sempre lo stesso». Nonostante fosse lui il sindaco, Cavalcanti non poteva azzardarsi a prendere decisioni che non fossero condivise da Principe. E addirittura, se qualcuno si rivolgeva al sindaco ufficiale per attuare un progetto, Principe reagiva in malo modo. «Lo sai che ha detto? – confida al politico Mario Toteda –“Questo non se ne parla nemmeno! Cheglielo dico io, che mo lo chiamo io e glielo dico… ma come cazzo ti permetti?”… Cioè non aveva, non ha acconsentito nemmeno che uno me ne veniva a parlare di un problema». E anche quando le carte rispettavano la legge, gli avversari andavano osteggiati. Come chi chiedeva legittimamente una licenza ma non poteva essere preso in considerazione, perché «questo ha votato a Guccione» o chi si trovava all’opposizione. Della presenza asfissiante di Principe, Cavalcanti ne parlava anche con la moglie, alla quale aveva confidato del blocco di un progetto in quanto il costruttore «evidentemente non era passato dal “capo” a portare la “pila”», annotano gli inquirenti. E quanto Cavalcanti ribatteva, Principe «imponeva la sua autorevolezza», richiamando il primo cittadino: «Ma pensa a fare il sindaco, che stai facendo il Procuratore della Repubblica», gli urlava. Gli “ordini” vennere impartiti sin dall’inizio della consiliatura targata Cavalcanti. Pochi giorni dopo l’insediamento, Principe si era presentato da lui cominciando a dare disposizioni. «Ha chiamato tutti i dirigenti: tu devi fare questo, tu devi fare quello… fra l’altro, andando a dire cose che erano assolutamente fuori dal mondo per illegalità!... omissis… che poi ha cercato di impormi! Quando io gli ho detto: senti, tu toglitelo dalla testa che io faccio il sindaco per andare ad assecondare e a chiudere gli imbrogli che hanno fatto nel passato… è chiaro che a quel punto ha capito che… omissis… non c’era niente da fare e…». Quello fornito da Cavalcanti sulla politica di Rende, annotano gli uomini della Dda, è «un quadro desolante». Una situazione, spiegava il sindaco, della quale gli stessi cittadini erano ben consci ma, tuttavia, per lavorare e fare qualsiasi altra cosa a Rende non si poteva prescindere dal “capo”. «Per rispondere alla tua giusta riflessione: ma i cittadini non sono stufi? Lo so bene! A Rende lo sanno tutti che c’è un sistema per cui se non sei… se non vai a baciare la mano al “capo” non puoi lavorare…eee se fai una cosa che va contro il capo è meglio che te ne scappi e via dicendo… però poi votano sempre il “capo”!», commentava amaramente. Una situazione complicata e insostenibile, che ha indotto Cavalcanti a presentare le dimissioni nel 2013. «Tra le ragioni delle mie dimissioni vi fu – spiega – anche una sorta di ingerenza a mio avviso eccessivamente invasiva sulle scelte mie, quale sindaco, degli assessori e dei dirigenti, da parte dell’onorevole Principe stesso… omissis… alcuni dirigenti oltre che assessori non rispondevano più a me ma evidentemente aderivano alle sollecitazioni di Principe». Il sindaco, in fondo, era sempre lui. Tanto che, nel corso di un incontro durante il quale Cavalcanti voleva discutere delle criticità in merito alla gestione della Rende Servizi Srl, al primo cittadino fu impedito di parlare. Lo aveva deciso sempre lui, Sandro Principe. Niente poteva accadere senza la sua preventiva autorizzazione. Non solo gli amministratori, ma anche i funzionari e i dirigenti «dovevano rispondere a Principe».

Simona Musco