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Le dichiarazioni spontanee di un cronista in terra di mafia. A. PANTANO

Le dichiarazioni spontanee di un cronista in terra di mafia. A. PANTANO

di AGOSTINO PANTANO – (dichiarazioni spontanee udienza 21\4\2016)

Signora Giudice, signora Pubblico ministero,

rendo queste spontanee dichiarazioni non certo per difendere il mio onore di giornalista. A questa difesa, infatti, si è già dedicato con ampio apprezzamento da parte mia il Gip di Cosenza, dott. Di Dedda, che nel suo decreto del 2011 riconosce come io abbia scritto la mia inchiesta giornalistica nell’esercizio di un diritto, raccontando fatti veri, di interesse pubblico e con linguaggio continente. Nulla di meglio per un giornalista.

Ma nemmeno per difendere il mio onore di persona, di cittadino italiano, ho deciso di intervenire oggi. A questo compito, infatti, si sono dedicati con straordinaria passione civile i miei legali, agganciando la mia difesa tanto alla confutazione tecnica del misterioso reato che mi si addebita – la ricettazione di una refurtiva chiamata notizia - quanto alla straordinaria esorbitanza di un’accusa a cui io, in sede di indagine, non ho potuto controbattere, non essendo mai chiamato ad essere interrogato.

Intendo invece prendere la parola per difendere l’onore e il senso civile della professione giornalistica. In questo processo, infatti, si è voluto equiparare la condotta di un cronista – che un giudice ha già definito figlia dell’esercizio di un diritto costituzionale – all’odiosa azione del favoreggiatore di un crimine comune che, a sua volta, compie un altro delitto di tipo predatorio contro le cose: la ricettazione, appunto.

Ebbene sul punto del “profitto” che secondo l’accusa io avrei tratto con la pubblicazione di quegli articoli io qui dico che per un giornalista l’unico profitto possibile è quello di poter fare il proprio lavoro con un contratto legale e stabile, come era per me a quel tempo, di essere pagato da un giornale, come era per me a quel tempo, e di ricercare la verità da offrire ai cittadini nel nome di un dovere che abbiamo: come è stato per me a quel tempo.

Non si può processare un’inchiesta giornalistica antimafia e, soprattutto, non lo si può fare se, come nel mio caso, essa non ha ostacolato la giustizia, non ha impedito l’azione penale, non ha favorito mafiosi e corrotti interrompendo indagini in corso.

Io ho scritto ad un anno dallo scioglimento per mafia di quel consiglio comunale. Sono stato attento ai tempi. Ho usato diligenza e ho selezionato le notizie. Ho approfondito notizie che in parte erano già uscite.

In questo processo non mi si contesta il contenuto di quegli articoli, ma si tenta di reprimere la modalità corretta dell’essere giornalisti in terre di mafie.

Io non sono preoccupato per me, quanto del messaggio grave che può arrivare all’esterno di quest’aula, inducendo tanti colleghi ad autocensurarsi, a smettere di ricercare la verità, a rinunciare ad essere quello stimolo forte per la presa di coscienza dell’opinione pubblica della pervasività della mafia e della corruzione negli enti locali.

Ed è per questo che associazioni antimafia come Libera, o i giovani ideatori di progetti etici dall’alto valore educativo come “cosa vostra”, oppure ancora lo stesso sindacato dei giornalisti, tantissimi cittadini, i senatori che hanno presentato due interrogazioni al ministero dell’Interno, che benché individuato come parte offesa non si è costituito parte civile, sono stati tutti al mio fianco considerando prevalente, rispetto al presunto segreto che io avrei svelato, la difesa della libertà di stampa.

Ecco, il processo all’inchiesta giornalistica antimafia, la società calabrese non può permetterselo soprattutto nel momento in cui vediamo sfilare i falsi miti mafiosi e vari rampolli nelle tv nazionali. Io spero che la sentenza di questo processo, che continuo a ritenere un abbaglio giudiziario evitabile, quindi un processo misteriosamente ingiusto, non impoverisca il diritto alla verità che hanno i cittadini e non fiacchi il coraggio di tanti miei colleghi, soprattutto giovani, che, come me, non pensano che le notizie arrivino dietro le scrivanie delle redazioni ma che le notizie debbano essere cercate, verificate, documentate e date.