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L’INTERVENTO. Ma il reddito di cittadinanza può innescare una riduzione dello Stato sociale

L’INTERVENTO. Ma il reddito di cittadinanza può innescare una riduzione dello Stato sociale

reddito

Da sempre, gli economisti di scuola keynesiana insistono nel dire che quando un'economia è in difficoltà, e il pil non cresce per carenza di investimenti privati, è la Mano pubblica (in assenza d quella invisibile di smithiana memoria) che deve intervenire per darle ossigeno. La ricetta che ha consentito agli Stati Uniti di uscire dalla Grande depressione è sempre valida; addirittura, Keynes utilizzava l'esempio degli operai che scavano buche e le riempiono subito dopo per fare scattare il moltiplicatore del reddito. Un'operazione perfettamente inutile dal punto di vista del risultato pratico, ma il paradosso aiuta a comprendere la bontà dell'intervento pubblico per smuovere le acque stagnanti.

La perplessità sul reddito di cittadinanza è legata proprio a questo aspetto, e non all'operazione in sé. Il reddito di cittadinanza consente di raggiungere due risultati: assicurare un reddito a chi non ce l'ha, e dare una sferzata ai consumi alimentando la domanda. Picketty, Krugman, e gli altri keynesiani, riguardo all’Europa, criticano proprio il fatto che in una situazione economica generale come quella italiana lo Stato non abbia la possibilità di fare la sua parte dovendosi inchinare davanti al feticcio del pareggio di bilancio, inserito addirittura in Costituzione. D’altra parte, anche le famiglie e le imprese non possono e non devono basare la propria capacità di investire solo sulle risorse che hanno a disposizione in un dato momento, ma optare per un equilibrato mix di risorse proprie e di indebitamento, anche per distribuire in più anni una spesa che non riguarda una necessità che esaurisce la sua efficacia nell’immediato, ma beni e servizi duraturi caratterizzati da un utilizzo che si protrarrà nel tempo, i cui costi, dunque, non devono essere sostenuti in un’unica soluzione.

Le perplessità che solleva il reddito di cittadinanza sono a mio avviso ravvisabili in due aspetti. Il primo: in un Paese che ha bisogno di interventi strutturali, e quindi di investimenti,  su scuole, edifici pubblici in genere, territorio, strade, ecc. ecc., non sarebbe meglio agire in deficit evitando di scavare buche per poi riempirle e scegliere la strada degli investimenti produttivi? Quanti interventi utili potrebbero essere messi in cantiere, grazie ai quali avremmo un Paese migliore e un considerevole numero di cittadini che lavorano e spendono? Oltre a tutte le risorse che sarebbero risparmiate evitando di operare in emergenza per i disastri causati dalla mancata prevenzione.

Secondo aspetto: volenti o nolenti, i singoli Stati non possono agire non tenendo conto del contesto economico e finanziario, nazionale e internazionale. Il debito italiano, che equivale al 130 % del pil, viene finanziato attraverso i titoli di Stato, e i titoli di Stato devono essere acquistati. Un Governo serio, attento, non può prescindere perciò dal loro valore e dal loro rendimento quando mette in campo politiche espansive finanziate in deficit. Le conseguenze delle improvvisazioni o, peggio, delle decisioni assunte con l’occhio rivolto soltanto ai propri elettori e alle promesse elargite a piene mani in campagna elettorale, non sono un gioco. L’aumento dello spread, i titoli bancari che crollano, le agenzie di rating che declassano, forse appaiono, a quegli stessi elettori ammaliati dalla demagogia, come fantasmi agitati ad arte, o come cose lontane che riguardano altri soggetti, magari gli abitanti di altri pianeti. Purtroppo non è affatto così. Le azioni dei Governi, le loro conseguenze, hanno un riverbero immediato sulla vita di tutti noi, sui cittadini normali, perché il conto, alla fine, non lo pagano certo gli evasori o soltanto i demagoghi di professione. No, il conto lo paghiamo tutti, in primo luogo noi classe media e i lavoratori, i disoccupati, i disagiati per malattia o per altre cento ragioni, coloro che usufruiscono di quel minimo di Stato sociale rimasto in piedi dopo la ventata liberista degli ultimi decenni, promossa dalla destra e colpevolmente tollerata o addirittura sposata dalla cosiddetta sinistra.

Lo so, ci si può accusare di agire da Cassandra, di vedere sempre nero. La realtà è che spesso proprio l’atteggiamento contrario, l’ottimismo irresponsabile e infondato, non solo in campo economico, hanno condotto ai peggiori disastri.