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L’ANALISI. Il voto a Sud, un’interpretazione 10 mesi dopo

L’ANALISI. Il voto a Sud, un’interpretazione 10 mesi dopo

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L’affermazione dei 5 Stelle al Sud, nella consultazione elettorale del 4 marzo 2018, potrebbe non essere altro che l’atto conclusivo di un dramma già consumatosi nei decenni scorsi, quando si avviò la rottura del sistema politico della Prima repubblica ad opera della Lega Nord e la progressiva sostituzione della “questione meridionale” con la “questione settentrionale”.

Quali connessioni potrebbero esserci, non solo politiche ma anche culturali, tra queste due vicende? Quali elementi di continuità nella costruzione di una peculiare visione dell’Italia e della sua storia nazionale? Si è trattato di una regressione antropologica a forme antiche di ribellismo o è stato, invece, un adeguarsi ad un cambio di ceto dirigente dato ormai per scontato a seguito dell’esaurirsi definitivo di un intero ciclo storico-politico? Come ha scritto il politico e storico Enzo Santarelli, il Mezzogiorno è la vera cartina di tornasole con cui misurare le diverse interpretazioni della storia nazionale.

Con Matteo Salvini c’è stata la rimonta fino a conseguire il 18% dei voti nell’ultima tornata elettorale. Il nuovo leader leghista ha stravolto l'ideologia padana, rinnegando tante cose sostenute in passato (a partire dai “napoletani colerosi e terremotati”). In tal modo si è potuto garantire una quota consistente di voti anche al Sud. Salvini ha preso quasi il 15% in Abruzzo, il 10% in Molise e Sardegna, il 6% in Puglia e Basilicata, il 5% in Campania, Calabria e Sicilia. Per capire la portata del cambiamento è sufficiente ricordare che in nessuna di queste regioni cinque anni fa la Lega aveva superato l'1%.

Il voto ai 5 Stelle al Sud non ha, dal canto suo, il significato di un arretramento antropologico a pulsioni ribellistiche e sanfediste, di una “voglia di opposizione”, come ha ben rilevato Umberto Minopoli nel respingere sul Foglio le letture del voto fornite da Aprile e Saviano. Il voto meridionale (omogeneo dappertutto) ha colto l’esaurirsi definitivo di un intero ciclo politico, in ogni strato sociale e articolazione, di un ceto dirigente ormai del tutto privo di una visione dell’Italia e, in essa, del Mezzogiorno. Ha intuito l’imminenza di un ricambio e lo ha supportato. Se opinionisti, operatori culturali, analisti politici ed economici hanno accolto con favore e compiacenza la nuova visione dell’Italia inaugurata da Bossi e portata a compimento, con tutti gli adeguamenti necessari, da Salvini, il Sud si è adeguato.

Tommaso Nannicini, estensore del programma elettorale del Pd, ha riconosciuto che all’azione di governo degli ultimi anni è mancata una costituzione emotiva. Egli ha attinto l’espressione dalla psicologia politica dandole questo contenuto: “Insieme di valori, principi e macro obiettivi che - da una parte - plasmano l’identità di un partito e - dall’altra - servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti”.

Ridefinire oggi un pensiero politico democratico significa, dunque, anche dotarsi di una costituzione emotiva. Da definire con modalità diverse da quelle adottate quando c’erano le grandi costruzioni ideologiche. Avremmo bisogno di un pensiero non militante, non civilmente disimpegnato, ma nemmeno spinto a sentirsi corresponsabile di un destino dell'umanità.

Avremmo necessità di un pensiero essenzialmente libero, laico, capace di confronto, di ascolto, di comprensione e rispetto reciproco, da favorire nelle forme più varie. Quello che bisognerebbe superare sono le visioni organiche, fondamentaliste, le idee integrali della storia italiana, le strategie ferree ed egemoniche.

Mentre occorrerebbe puntare sulla valorizzazione del pluralismo e delle differenze e, in tale quadro, ridefinire concetti e problemi della cittadinanza, della governance dell’Ue, della riorganizzazione dello stato nazionale e della sua governabilità, della democrazia rappresentativa, dello sviluppo, del rapporto uomo e ambiente, della sussidiarietà, prendendo il meglio della tradizione culturale e reinventandola. 

Solo in questo modo le riforme che un governo di orientamento democratico ha pure in parte realizzato potevano collocarsi in una dimensione di senso, in una visione capace di parlare all’intelligenza delle emozioni dei cittadini. Ma cosi’ non è stato.