FEDERALISMO DIFFERENZIATO. Consiglio Regionale OK, ma che sia solo l'inizio

FEDERALISMO DIFFERENZIATO. Consiglio Regionale OK, ma che sia solo l'inizio

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UNO. Questo giornale ha seguito con preoccupazione crescente e (chiedo scusa per la civetteria) con grande tempestività la vicenda del cosiddetto “federalismo differenziato”. Semplifico. Federalismo differenziato significa che nelle Regioni federate sono differenti i diritti e i doveri dei cittadini, perché vengono stabiliti autonomamente da ogni singola Regione in base alle proprie rusorse (peraltro presunte e calcolate con furbizia).

   Siamo stati i soli in Calabria, prima che si svolgessero, a denunciare il pericoloso carattere truffaldino dei referendum imposti dalla Lega di Salvini in Veneto e Lombardia. Referendum truffaldini perché chiedevano ai cittadini se volevano più soldi e più vantaggi per loro, le loro famiglie, i loro territori (perfino nascondendo che soldi e vantaggi sarebbero stati ricavati togliendoli ad altri famiglie e territori). Referendum dall’esito ovvio e scontato. Di più: quesiti sostanzialmente anticostituzionali dato che la nostra Costituzione, come quelle di tutti i paesi civili del mondo, vieta la messa a referendum di quesiti economici. Ancora poche ore fa Filippo Veltri è tornato sull’argomento da par suo su Zoomsud, spiegando come si stanno mettendo le cose. L’ultimo intervento di una sfilza di articoli che continueremo a produrre.

DUE. E’ grazie a questo insistente e antico impegno che consideriamo con convinzione una vera e propria svolta (finalmente) positiva il documento votato dal Consiglio regionale della Calabria che «diffida il Governo nazionale dall'approvare nuovi atti in favore del regionalismo differenziato». E’ stato notato che il documento arriva tardi. Giusto. Ma sarebbe un grave errore cincischiare sul punto anziché sottolineare il carattere di svolta del gesto (inedito in Italia) di Palazzo Campanella che sposta la discussione in avanti e offre un palcoscenico istituzionale a quanti hanno capito di cosa e su cosa si sta parlando e vogliono impedirlo portando a conoscenza di tutti il tentativo in atto.
   Una svolta, intanto, perché non si ricordano decisioni unanimi di tutte le forze politiche presenti in Consiglio su argomenti di così impegnativi e carichi di conseguenze politiche. E una svolta, secondariamente, perché a pochi giorni dal momento in cui la vicenda dovrebbe andare in discussione nel Governo nessuno ha mosso ufficialmente obiezioni: non una sola delle Regioni meridionali se si esclude la felice eccezione della Calabria.

TRE. Certo, l’unanimità del Consiglio è stata consentita dall’assenza in quell’aula della Lega di Salvini e del M5s. La Lega, se non dovesse riuscire a conquistare il paese, resterebbe la più determinata a spezzarlo in due. Non formalmente, ma di fatto imponendo diritti diversi nelle diverse aree del paese. La secessione è il vero piano B di Salvini se le cose dovessero girargli politicamente contro e se non avesse la certezza, come immagina in questo momento, di poter avere il controllo dell’intero paese. Pochi osservatori l’hanno fin qui sottolineato. Ma è un fatto che due dei più convinti leghisti salviniani (Giorgetti e Fontana) abbiano minacciato in modo radicale che il mancato rispetto del “Contratto” sul federalismo differenziato e la sua mancata realizzazione segnerebbe la fine del Governo giallo-verde.

Quanto al Movimento 5* c’è da dire che lo ha intanto firmato e sottoscritto nel famigerato contratto. Ora si trova in grande difficoltà perché inizia a capire che la sua realizzazione sarebbe un colpo mortale per il Mezzogiorno, cioè per l’area dove qui e ora ha il grosso dei voti. Altro che vantaggi per il Sud col reddito di cittadinanza. Il progetto leghista condannerebbe il Mezzogiorno a meno sanità, a meno scuola, a meno università, a meno certezze, a meno trasporti e collegamenti col resto del paese e del mondo. Ma il gruppo dirigente dei 5* (il gruppo dirigente, cioè quelli - deputati e no - che prendono le decisioni e non la finta di quelli che cliccano immaginando di contare più del due di coppe quando la briscola è mazze), Di Maio in testa, sa che se dovesse aprirsi una crisi dell’attuale Governo molti di loro verrebbero sbalzati dai posti di potere in cui si sono asserragliati per tornare all’anonimato. Il M5* si trova dentro un processo di progressivo logoramento perché non può tornare indietro rispetto all’alleanza con la Lega ma, nello stesso tempo, non riesce a sopportarne costo e conseguenze. Da qui la crescita delle sue criticità registrate dai sondaggi e insieme la sua determinazione-costrizione a ingoiare tutti i rospi che cucina la Lega. Cada il mondo i 5* devono arrivare alle europee continuando a dire che va tutto nel migliore dei modi possibili, sperando che non li spazzi una catastrofe elettorale. Fino alle europee continueranno ad essere prigionieri politici.

QUATTRO. In questo quadro bloccare il federalismo differenziato non sarà facile. I Pentastellati faranno finta di resistere ma come in tutte le ultime occasioni sono pronti a cedere.
Alla luce di questo quadro rileggiamo la dichiarazione finale del Presidente del Consiglio calabrese, Nicola Irto, sperando rifletta veramente tutte le forze politiche presenti a Palazzo Campanella: «In Consiglio regionale abbiamo lanciato una grande sfida democratica e politica. Una sfida avanzata e coraggiosa, non una battaglia di retroguardia. All'Italia serve un nuovo regionalismo solidale. Non abbiamo paura dell'autonomia rafforzata richiesta da tre Regioni ma sui diritti dei cittadini e sulla tenuta del Paese non cediamo di un millimetro. L'Italia è una e indivisibile”. Bene, ma ora si tratta di capire come sviluppare quello che si presenterà come uno scontro durissimo. Serve un sommovimento sociale, a partire dal Mezzogiorno ma con una capacità di presa che vada oltre, per bloccare il progetto Leghista. Serve nella società. Tra le forze della politica meridionale, della cultura, nelle scuole e nelle università. Serve un impegno massiccio di imprenditori e sindacati. Non una grande ammucchiata per gestire qualcosa, ma lo sforzo lucido per garantire assetti istituzionali equilibrati e corretti capaci di produrre, quale che sia la forza politica chiamata ad amministrare, democrazia e sviluppo. Un progetto che potrà crescere soltanto facendo capire a tutti gli italiani, al di là dei propri orientamenti politici, che non ci sono mai stati al mondo, a partire dalla fine del Medioevo, precedenti istituzionali in cui all’interno dello stesso Stato convivano cittadini che per legge hanno diritti diversi.