L’INTERVENTO. Cari calabresi, serve meno resilienza e più resistenza

L’INTERVENTO. Cari calabresi, serve meno resilienza e più resistenza

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Il Pendolo di Charpy, dal nome dello scienziato francese Georges, Augustin, Albert Charpy, è meno conosciuto dal grande pubblico del Pendolo di Foucault, portato alla ribalta dal libro di Umberto Eco, ma non è meno importante. Anzi in questi ultimi tempi è diventato indirettamente di grande attualità nel linguaggio comune. Questa macchina, come leggiamo su tutti i manuali di ingegneria, serve per misurare, mediante una mazza a caduta pendolare su una provetta intagliata nella sua parte mediana e poggiante ai suoi estremi su due sostegni, la “resilienza” dei corpi, cioè la capacità della materia o di un oggetto di ritornare al suo stato primordiale, una volta superato l’impatto o il trauma.

Oggi il termine “resilienza”, che deriverebbe dal latino “resalio”, che alcuni fantasiosamente, ma plasticamente traducono come risalire, per esempio, sulla barca che si è rovesciata dopo un nubifragio, dall’ingegneria è stato vieppiù utilizzato, nell’ecologia, nella sociologia, nell’antropologia, nella psicologia e quindi nella politica. A sottolineare un comportamento di assuefazione agli avvenimenti, anche quelli più drammatici, in attesa che passino e tutto ritorni come prima.

Il grande Eduardo, in “Napoli milionaria”, aveva anticipato il concetto sostenendo semplicemente che “Adda passà ‘a nuttata”. Poi si potrà affrontare il nuovo giorno, come se tutto fosse tornato come prima. La discussione tra sociologi e psicologi è tutta aperta, nel tentativo di definire la qualità dell’atteggiamento del soggetto “resiliente”. O meglio per stabilire se la resilienza sia da qualificare come una posizione puramente passiva o se, in sé abbia anche i caratteri di una vera e propria capacità di contrapporsi agli avvenimenti, di non farsi vincere dagli stessi.

Pensate un po’ all’atteggiamento degli italiani nei confronti della politica. Di questa politica.

Ma pensiamo soprattutto alla storia della Calabria che in duemila anni ha subito il dominio e le sopraffazioni di Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi, Spagnoli, per non dire dei gabellieri, della burocrazia, delle banche, della ‘ndrangheta. E pur tra ribellismo mai domato ha sempre subito il succedersi, a volte tragico degli eventi, con grande spirito di rassegnazione e condiscendenza verso il dominatore o il padrone di turno. Al quale ha ceduto molto spesso la propria dignità, la propria intelligenza, forgiando il carattere sul fuoco del sacrificio più duro e mortificante, che alimentato di ritrosia, riservatezza, ombrosità sfocia in gelosia, sfiducia e violenza. Ma pur sempre caratterizzato da un secolare fatalismo che ha fatto accettare ai calabresi le vicende più atroci e nefaste con silente rassegnazione. Sperando sempre che più scuro della mezzanotte non ci possa essere.

Ma in Calabria, specie negli ultimi decenni, sembra che la notte non debba passare mai. E allora non c’è dubbio che i calabresi, prima degli altri, hanno fatto della “resilienza” una filosofia di vita. Di fronte ad una classe politica inetta, incapace, che in questi anni ha dimostrato non solo o non tanto di anteporre i propri interessi e quelli delle proprie congreghe, i calabresi hanno supinamente accettato di farsi espropriare del proprio diritto di cittadinanza attiva, retrocedendo sempre di più in una sorta di riserva indiana, in libertà vigilata e con diritti residuali e limitati.

Particolarmente grave ed emblematica è la vicenda di questi giorni del Consiglio dei Ministri che si è riunito, in via straordinaria e inopinatamente a Reggio Calabria, per partorire un mostro giuridico chiamato Decreto speciale sulla martoriata sanità, anziché cercare di produrre atti concreti e credibili per alleviare l’insopportabile cancro della disoccupazione giovanile. Ma, a parte le scontate e rituali rimostranze del Governatore, non si registrano iniziative, prese di posizione particolarmente significative da parte della politica, ma anche da parte della società calabrese, che preferisce il mormorio alla protesta.

Benedetta resilienza: prima o poi tornerà tutto come prima!

Eppure, sempre l’ingegneria ci suggerisce che c’è un altro concetto, molto più appropriato alla situazione calabrese: quello di “resistenza”, cioè “la capacità dei corpi di opporsi al passaggio di una corrente”. Come dire che, mentre un corpo resiliente è un corpo passivo, che aspetta che la tensione passi, un corpo resistente è un corpo attivo, capace di reagire, di non far finta di niente, assumendosi le sue responsabilità, prendendosi dei rischi, leccarsi le ferite, ma ricercare nuove sfide, coltivare i propri sogni, credere nel futuro, con fantasia e coraggio, opporsi ai tentativi del potere di piegare ai propri fini le volontà dei più accomodanti. Dei resilienti.

E la storia della Calabria dice pure che ci sono stati molti momenti, molti personaggi illuminati da una forte voglia di nuova resistenza, attraverso l’utopia, ma anche la forza delle idee, dei diritti, dei concetti di giustizia e libertà. Tommaso Campanella, Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, ma anche le epiche rivolte popolari sfociate nella Repubblica dei sognatori di Caulonia, di Castrovillari, il primo Soviet di Crotone del 1919, allorquando il popolo insofferente alle angherie, ai soprusi, al carovita, alle gabelle ruppe gli argini della sofferenza proclamando alto e forte i diritto all’uguaglianza e alla libertà dai bisogni. Una nuova resistenza prima della Resistenza. Incredibilmente in Calabria. In questa terra di compromesso e di abbandono. Di trasformismo, passività, crogiolo di interessi personal e di intrecci sempre al confine tra lecito e illecito.

Allora mai come in questo momento ai calabresi si reclama il cambiamento autentico, un nuovo impegno in direzione del bene comune, una nuova stagione di responsabilità, abbandonando il conformismo opportunistico e affrontando con coraggio le incertezze e i rischi delle sfide delle trasformazioni, resistendo con tutte le forze alle suggestioni del potere.

Chissà che non abbiano, ancora una volta, ragione gli amici di Linus, la mitica rivista di fumetti e altro: “Meno resilienza, più resistenza”.