L'ANALISI. Il pregiudizio antropologico contro i meridionali e l'apologo di Menenio Agrippa

L'ANALISI. Il pregiudizio antropologico contro i meridionali e l'apologo di Menenio Agrippa

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Con l’attuale governo possiamo considerare finita la lunga fase storica in cui il divario economico e civile tra Centro-Nord e Sud è stato retrocesso a problema di mentalità dei meridionali?  O in una questione ininfluente sull’economia del Paese da trattare con insofferenza, irriverenza o indifferenza, a seconda dei periodi e degli schieramenti politici?

Difficile prevederlo. Certo, ci sono stati negli ultimi anni ministri per il Mezzogiorno e la Coesione territoriale di notevole livello intellettuale, eppure le cose non sono sostanzialmente cambiate; e dunque non basta la presenza alla guida del ministero di un giovane brillante, appassionato e competente come Giuseppe Provenzano per immaginare che tutto si capovolgerà. I danni fatti su questo fronte dall’epoca berlusconiana-leghista non sono recuperabili in poco tempo.

In genere l’uso del pregiudizio antropologico su questioni complesse, come quella meridionale, esprime il bisogno di trovare una facile spiegazione (una scorciatoia e una rassicurazione) sul fatto che se non si è risolto un problema razionalmente risolvibile è solo per difetti soggettivi della popolazione interessata, e mai per responsabilità più ampie. Cioè, se le cose vanno male è perché chi sta male (chi è povero, chi è disoccupato, chi emigra) è egli stesso causa dei suoi problemi: si tratta di una straordinaria comodità per piegare la storia italiana ad un atto di accusa permanente contro il Sud e la sua popolazione.

E nonostante le vicende economiche e politiche dell’Italia degli ultimi anni hanno frantumato tutte le sciocchezze dette, il pregiudizio non si è dissolto. Si è sostenuto per anni che la crisi italiana era stata causata dallo spreco di risorse riservate al Sud e all’alta tassazione necessaria a garantire i cospicui trasferimenti.  Ebbene, nonostante siano state ridotte drasticamente le risorse trasferite all’economia meridionale, il Paese non si è ripreso e il declino della nostra economia ha caratterizzato l’ultimo trentennio proprio in concomitanza con la drastica riduzione di investimenti pubblici e privati nei territori meridionali. E se si riteneva che il problema principale dell’Italia erano le classi dirigenti meridionali alla guida della nazione (come la vulgata leghista ha sostenuto insistentemente) come mai la situazione non è cambiata dopo che per un ventennio alla guida dell’Italia ci sono state classi dirigenti espressione quasi esclusiva del Centro-Nord, nel centrodestra come nel centrosinistra? Per non parlare dell’idiozia che stabiliva un legame tra crisi dell’economia italiana e la centralizzazione dello Stato, per cui bastava trasferire competenze e risorse in periferia per avviare una ripresa economica. Ma la crisi dell’economia italiana si è manifestata proprio nel pieno della trasformazione federalista. Si era poi diffusa un’altra strampalata teoria in base alla quale la riduzione di risorse al Sud avrebbe provocato automaticamente una reazione positiva nei suoi ceti dirigenti e nella popolazione, per cui bastava affamare un territorio per contribuire alla sua rinascita! Anche la teoria in base alla quale la globalizzazione avrebbe accentuato la competizione tra regioni e non tra nazioni (e dunque bisognava rafforzare i sistemi produttivi territoriali, sacrificando le parti improduttive) si è sgonfiata di fronte all’evidenza che proprio oggi a reggere di più la competizione internazionale sono le economie-nazioni, come la Germania riunificata ha ampiamente dimostrato. Insomma il liberismo più ottuso e il leghismo più becero si sono affiancati nel delineare la presunzione di una nazione più ricca con un Sud abbandonato a se stesso.

E’ evidente, dunque, che occorrerebbe una rivoluzione copernicana. Ci vuole un altro racconto sul Sud, ma per avviarlo bisognerebbe partire da una profonda riflessione sull’Italia e sui suoi limiti storici, buttandosi alle spalle gli anni dell’ottuso rancore settentrionale. E da un capovolgimento di prospettiva. Insomma, il Sud si trova nelle attuali condizioni perché è l’Italia intera che da tempo non sta bene; e l’Italia non starà meglio se il Sud permarrà in queste condizioni. Le interconnessioni sono così evidenti tra questi due dati che spesso mi chiedo quale malattia, quale limitatezza di sguardo ha preso il nostro Paese e le sue classi dirigenti per avere dimenticato un fatto così lapalissiano. Il Sud non è altra cosa dall’Italia, e quello che succede nei territori meridionali influenza la tenuta complessiva della nazione e incide sul suo benessere generale. Per dirla meglio: è inevitabile che all’interno della stessa compagine nazionale il malessere di una sua parte si ripercuota anche sul benessere dell’altra, rendendolo meno stabile e duraturo. Se una parte sta male, l’altra immancabilmente starà meno bene. Anche se nell’immediato non se ne accorgerà. Senza intaccare il dualismo l’Italia è destinata a un lento declino. Anzi, in verità, il declino è cominciato quando l’Italia si è pensata e si è rappresentata solo in una sua parte.

Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti. Se in un insieme una parte consistente non cresce, è l’insieme a subirne le conseguenze, anche se una singola sua parte è cresciuta. In tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, non si dà crescita dell’una senza la crescita delle altre.

Una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità. 

Se oggi l’Italia è quarta potenza economica dell’Europa (compresa l’Inghilterra) chiediamoci che posto occuperebbe se, invece di essere contrassegnata da una economia dimezzata, potesse contare su di una crescita in tutte le sue parti. L’Italia è indietro rispetto ad altre nazioni perché sta rinunciando a un secondo motore della sua economia. Con due motori accesi l’Italia andrebbe molto più veloce e si metterebbe dietro diverse nazioni che ora la precedono nel calcolo della ricchezza.

Viene in mente l’apologo di Menenio Agrippa (pronunciato nel 494 a.c. ai plebei che, avevano abbandonato la città e occupato il colle Aventino per ottenere parità di diritti con i patrizi) sulla necessità della collaborazione tra le parti di uno stesso corpo: se le mani decidono di non portare più cibo allo stomaco, pensando in questo modo di punirlo per la sua attività parassitaria, finirebbero per indebolirsi anch’esse. Gli organi di un corpo sopravvivono solo se cooperano, altrimenti sono destinati insieme a perire. Certo, è una parabola che è diventata nel tempo l’inno alla cooperazione tra classi diverse, troppo ottimista sulla possibilità di equa distribuzione della ricchezza e delle opportunità attraverso la collaborazione.

Ma di un nuovo apologo c’è assoluto bisogno sull’Italia di oggi.

*Saggista, già sottosegretario del governo Prodi, editorialista dl Mattino