L'INTERVENTO. La storia dei referendum in Calabria e il pasticcio del taglio dei parlamentari

L'INTERVENTO. La storia dei referendum in Calabria e il pasticcio del taglio dei parlamentari

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La storia dei Referendum in Calabria è, forse, quella che esprime meglio il comune sentire dei cittadini, in modo più autentico, anche al di là del filtro delle ideologie e delle appartenenze politiche. Fra due settimane saremo chiamati a pronunciarci, in pieno rigurgito pandemico, sulla riforma costituzionale parziale, che riguarda il taglio drastico dei parlamentari, forzatamente voluta dai 5 Stelle, per dare sfogo al verbo populista della lotta alla casta, di cui oggi Di Maio e soci interpretano l’aspetto più diffuso e deleterio.

Difficile capire quale sia il sentiment dei calabresi su questo tema, che, per la verità non affascina per niente le grandi masse, tradizionalmente insensibili al voto referendario e, oggi più che mai, soggiogati da una crisi economica senza precedenti. I precedenti, invece, inducono a curiose considerazioni proprio sul comportamento degli elettori calabresi, tutte le volte che sono stati chiamati ad esprimersi su scelte chiaramente alternative.

A cominciare dal 2 giugno 1946 quando gli italiani si pronunciarono sulla forma di Governo, tra Monarchia e Repubblica, con il risultato, al netto dei brogli di cui accademicamente si continua a discutere, del 54,27 a favore della Repubblica e il 45, 73 a favore della Monarchia. Ebbene in quella circostanza i calabresi si espressero in controtendenza con il 60,28 a favore della Monarchia e il 39,72 a favore della Repubblica.

Non meno rappresentativo del credo dei calabresi in ordine ad alcuni valori fondamentali dal punto di vista sociale e religioso fu la competizione lacerante che, il 12 maggio 1974, divise l’Italia di Fanfani contro quella di Pannella, nella battaglia sulla legge che istituiva, dopo storiche contrapposizioni, il Divorzio. Il risultato nazionale vide una schiacciante vittoria dei divorzisti con il 59, 26 di contrari all’abolizione della legge Fortuna-Baslini e il 40, 74 di favorevoli alla sua abolizione. In Calabria, tradizionalmente legata ad una concezione cattolica dell’istituto familiare, il risultato fu capovolto: il 50, 85 votò per il SI all’abolizione della legge sul Divorzio e il 49,15 votò per il NO.

Per restare in ambito di riforme istituzionali, che prevedevano addirittura l’abolizione del Bicameralismo perfetto, con il mantenimento di una sola Camera con esclusiva competenza legislativa, riforma caparbiamente e disastrosamente voluta da Matteo Renzi, il 4 dicembre 2016 vide in Italia l’affermazione del NO alla riforma con il 59,5 dei consensi, mentre i favorevoli alla Legge Renzi - Boschi si attestò al 40,4 dei voti. In Calabria il consenso alla modifica della Costituzione raggiunse un modesto 32,96 dei voti, uno dei risultati più bassi in Italia, mentre straripante fu il rifiuto con il NO al 67,04 dei sostenitori. Questa volta i calabresi si sono espressi in maniera netta e senza equivoci per il rispetto dei principi fondanti della nostra Costituzione. Anche se in quella circostanza il NO era fortemente politicizzato e rappresentava una chiara bocciatura del Governo Renzi, responsabile di aver monopolizzato e personalizzato la battaglia referendaria, mentre il Paese affrontava i gravi problemi economici e sociali provocati dalla politica rigorista. Il NO a Renzi è stato uno spartiacque, anche se il dopo è stato ancora più nefasto, perchè ha consegnato il Paese al peggior populismo, con la complicità del PD di Zingaretti, che sta segnando il punto più negativo sotto il profilo della visione politica e della identità nella storia di un partito della sinistra.

E proprio la vicenda del taglio dei parlamentari imposto come una bandiera dai grillini, dopo che il PD ha votato per tre volte NO, dimostra la mancanza di strategia e di linea politica ed oggi è costretto a questo incredibile voltafaccia per difendere la sopravvivenza del Governo Conte. Non a caso un grande saggio ex comunista come Emanuele Macaluso ha definito una grande “stupidità” la linea portata avanti dal PD, che lega il valore fondante della Costituzione al mantenimento delle poltrone di Governo. Non c’è dubbio che il taglio dei parlamentari sganciato da una riforma organica della legge elettorale in senso proporzionale e della revisione delle funzioni dell’attuale sistema bicamerale è inaccettabile e serve solo a dare sfogo alle peggior qualunquismo politico e istituzionale, che darebbe un colpo mortale alle già ridotte prerogative della nostra democrazia rappresentativa, specie nei territori fragili come il Mezzogiorno e la Calabria in particolare.

Come voteranno, allora, i calabresi alla prossima tornata referendaria? Se il precedente elettorale del voto alla riforma costituzionale voluta da Renzi può avere un senso e indicare una linea di tendenza, gli scarsi elettori che affronteranno le urne dovrebbero in larga parte votare NO. Ma non è detto che non prevalga la grande sfiducia, la stanchezza dei riti politici ed elettorali e il taglio dei parlamentari non sia utilizzato per enfatizzare il disprezzo e la condanna per una classe politica e dirigente, che non ha saputo dare uno sbocco all’ansia di cambiamento dei giovani calabresi. Ma, paradossalmente, proprio la non partecipazione al voto, come l’accettazione passiva e acritica della legge di riduzione drastica della rappresentanza democratica, finirebbe per dare ancora maggiore vigore alle forze della conservazione di un’idea di governo centralistico, statalistico e giustizialista, che allontana il Paese dalle civiltà occidentali e condanna la Calabria all’assistenzialismo e all’emarginazione definitiva.