L'ANALISI. Politica, Italia ok. Ma esalta ancor di più lo sfascio calabrese

L'ANALISI. Politica, Italia ok. Ma esalta ancor di più lo sfascio calabrese

orchestra

Uno dei film più significativi e meno noti di Federico Fellini è, sicuramente, “Prova d’orchestra” del 1979. Un film molto provocatorio e visionario, senza una storia, che racconta un momento nella vita di un’orchestra sinfonica, in cui, appunto, durante una delle tante prove in una vecchia chiesa sconsacrata, esplode la crisi nel rapporto con il direttore, ritenuto troppo autoritario. Il Dittatore. Il dissidio si tramuta, però, ben presto in un contrasto violentissimo all’interno degli stessi orchestrali, che degenera in una rissa furibonda tra di loro. Fino a quando dall’esterno non arriva una violenta bordata di una enorme palla d’acciaio che squarcia le pareti e rischia di travolgere il salone delle prove e tutti i componenti dell’orchestra. A quel punto, come d’incanto, gli orchestrali impauriti ritrovano l’unità d’intenti, l’armonia perduta, riprendono gli strumenti e sotto la guida compiaciuta del Direttore eseguono alla perfezione una grande sinfonia.

La figura e il ruolo del Direttore d’orchestra era stata utilizzata anche dal Premio Nobel Elias Canetti, che nel suo memorabile “Massa e potere”, pubblicato nel 1960 dopo trentotto anni di elaborazione, identifica nella persona dell’uomo sul podio, che volta le spalle agli ascoltatori e si rivolge ai suoi sudditi orchestrali con i gesti sapienti delle mani, con l’uso magistrale di una bacchetta, con la mobilità fulminea dello sguardo, impone i tempi, ordina i silenzi, libera l’ingegno, crea l’atmosfera, realizza i sogni, l’essere che comanda su tutti, pubblico ed esecutori, al di quà e al di là del palcoscenico ed  “è onniscente poichè, mentre gli orchestrali hanno dinanzi a sè unicamente la loro parte, il direttore ha nella testa o sul podio l’intera partitura”. Detentore del potere assoluto e indiscusso fino al momento in cui si sprigiona l’applauso che ne tributa il successo per sè, ma anche per l’intera orchestra e per il pubblico.

La vicenda politica italiana di questi giorni è improvvisamente sfuggita ai canoni tradizionali in cui si era avviluppata negli ultimi anni, ma sopratutto durante la gestione  dei governi giallo rossi e verdi. Un vero e proprio salto di qualità messo in moto dal Presidente Mattarella, che ha sfruttato in modo superlativo un assist spregiudicato e geniale di Matteo Renzi. La chiamata di Mario Draghi, nel momento in cui la politica aveva perso la bussola e tutti gli orchestrali, dopo mesi di dissidi, di rancori, di personalismi, di mediocri performance anche difronte al pericolo della distruzione della casa comune, con l’esplosione della pandemia, ha rappresentato l’evento catartico che ha portato sul podio il migliore direttore d’orchestra disponibile in Italia e, forse, in Europa.

E come d’incanto i nemici di ieri, i protagonisti rissosi che hanno portato il Paese sulle soglie del baratro hanno dovuto mettere mano ai loro spartiti, pronti ad assumere il ruolo più congeniale di anonimi esecutori agli ordini del Grande Maestro. Mentre si perde nel nulla anche l’immagine desolante del vecchio Maestro Giuseppe Conte, sceso melanconicamente dal podio e arroccatosi dietro un modesto tavolinetto da rigattiere, in una piazza del Parlamento silente e che non lo riconosce più. In queste ore si sta aprendo uno scenario non immaginabile fino a qualche giorno fa, quando la miopia politica di Zingaretti e Di Maio lasciavano presagire uno sviluppo disastroso della crisi, nella testarda e dissennata difesa dell’indifendibile Governo Conte-Casalino. Oggi, non solo Salvini e Berlusconi, ma perfino il poliedrico uomo di spettacolo Peppe Grillo hanno dovuto deporre le armi e affidarsi, come estremo tentativo, all’ex Presidente della BCE, lasciando a Giorgia Meloni un’angolo solitario della scena per un’ultima prova di sentinella di identità e di coerenza, da tempo abbandonati dal vecchio repertorio della politica. Ora tutti guardano al Supremo Direttore d’Orchestra in attesa che alzi la bacchetta, dia un cenno con la testa ed indichi il percorso che tutti aspettano con il fiato sospeso. Si apre una pagina nuova e senz’altro decisiva per i destini di tutti gli italiani.

Dove, invece, sembra che non si avvertano segnali di cambiamento e lo stesso entusiasmo, speranza e fiducia per la nascita del Governo Draghi stenta a percepirsi è in Calabria. Qui in questi giorni, come non mai, lo scenario sociale e politico richiama quei paesaggi dei film western, quando il carrello della macchina da presa scorre inesorabile su villaggi distrutti, case bruciate, cenere dappertutto, fumo degli ultimi fuochi rimasti accesi, carcasse di animali e corpi inanimati su cui si avventano rapaci coyote e avvoltoi. Catanzaro, Cosenza, Reggio, Vibo, Crotone sono attraversate dal vento impetuoso della Giustizia, che sta scardinando dalle radici gli intrecci perversi tra criminalità, politica, istituzioni, che devastano anche settori vitali come la sanità. Quello che resta della società calabrese non trova la forza e la voglia di ricostruire dalle macerie un edificio democratico, in cui elaborare il percorso virtuoso della rinascita e dello sviluppo. Mentre i segnali che arrivano dalla politica, da chi regge ormai da troppo tempo il timone della Cittadella regionale non vanno in questa direzione. Anzi guardano all’indietro, alla riproposizione di vecchi schemi, di spartiti consunti e fuori tempo e gli orchestrali che si ripropongono sono esattamente quelli che hanno fatto registrare il flop di tutte le prove in cui si sono esibiti. Anche se dovessero aggregarsi musicanti esterni, apparentemente fuori dal coro.
   Il problema vero è che mentre l’Italia ha finalmente trovato il suo grande Direttore d’Orchestra, la Calabria non è in grado neanche di cercarlo.