Ma lo scandalo dei Balcani continua

Ma lo scandalo dei Balcani continua

balcani

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Antonio Gramsci

 LO SCANDALO DEI BALCANI CONTINUA

Non era mai successo: una delegazione del Parlamento europeo è stata bloccata dalla polizia croata che le ha impedito di svolgere i compiti di controllo e di ispezione che sono non solo un diritto, ma anche un dovere dei parlamentari europei. È un fatto gravissimo, un abuso che le istituzioni di Bruxelles non possono tollerare.

I parlamentari, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pier Francesco Majorino e Alessandra Moretti, tutti eletti con il PD nelle file del gruppo socialista, volevano raggiungere il confine tra la Croazia e la Bosnia nella foresta di Bojna, un luogo nel quale secondo molte e drammatiche testimonianze avvengono da settimane gravissimi episodi di violenza ai danni di migranti della rotta balcanica che cercano di entrare in Croazia e quindi nell’Unione europea.

  Ne abbiamo scritto giorni fa, con un moto di indignazione anche qui in Calabria enorme e interrogazioni di parlamentari.

   Uno schieramento di agenti li ha bloccati e, nonostante le proteste e i richiami alla legge, li ha costretti a fermarsi qualche centinaio di metri prima della frontiera. Evidentemente nella foresta c’era qualcosa che i parlamentari non dovevano vedere e persone con le quali non dovevano parlare. I quattro, poi, hanno raggiunto attraverso un varco di confine normale il famigerato campo di Lipa, sulla piana di Bihać, in Bosnia, dove hanno potuto constatare le condizioni inumane e indegne di un paese civile in cui sono costretti a sopravvivere almeno tremila profughi, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria e quindi tutti in diritto di chiedere asilo politico nell’Unione europea.

  Al collega Sergio Sergi di Strisciarossa il parlamentare europeo Pietro Bartolo (ve lo ricordate? Il medico dei migranti di Lampedusa!) ha raccontato nel dettaglio quel che accade.

  Questo uno stralcio del suo racconto: …’’ Ci hanno, ovviamente, raggiunti e fermati nuovamente piazzandosi in schiera. I fotografi erano stati bloccati con maniere spicce dietro di noi. Abbiamo telefonato all’ambasciatore croato in Italia e gli abbiamo detto che stavano compiendo una illegalità: i deputati europei hanno il diritto di svolgere la loro attività ispettiva su tutto il territorio dell’Unione e la Croazia non può fare alcuna eccezione. Abbiamo anche informato le autorità italiane. L’ambasciatore croato ha dato una giustificazione puerile: ha detto che il nostro comportamento avrebbe incoraggiato qualcuno a commettere illegalità. Evidente che si riferisse ai migranti che vagano nella foresta e che cercano di andare verso un destino migliore. Poi ha detto che avrebbe dovuto prendere istruzioni dai suoi superiori”.

Qual è effettivamente la situazione in quella porzione di confine, tra Croazia e Bosnia?
“Il nostro sospetto, quasi certezza, è che abbiano voluto impedirci di vedere come opera la polizia di frontiera croata, con trattamenti irrituali, illegali ed insopportabili vessazioni, che si tramutano in veri e propri atti di violenza e di prevaricazione, che riservano ai migranti. Che sono uomini, ma anche donne e minori non accompagnati. Se hanno trattato noi in quella maniera, figuriamoci come tratteranno i migranti in fuga. Cosa ha da nascondere la Croazia, Paese membro dell’Unione europea che è chiamata a rispettare i Trattati al pari degli altri Stati”?

Già, cosa c’è da nascondere, cosa non vogliono che venga alla luce?
“Voglio dire, a scanso di equivoci, che noi non siamo andati per fare una provocazione. Siamo parlamentari europei ben consci del nostro ruolo e delle nostre prerogative. La Croazia è membro dell’Unione e con le autorità nazionali intendiamo avere una serena interlocuzione. Dopo quel che è avvenuto, è ben evidente che ci aspettiamo delle risposte esaurienti e le pretenderemo come si fa tra partner di una stessa collettività istituzionale. Si è trattato di un episodio grave che ha bisogno di risposte non elusive. Non ci vengano a dire che non ci hanno fatto passare perché in quella terra ci sono mine antiuomo non rimosse”.

Poi siete andati nell’inferno del campo di Lipa, in Bosnia.
“Sapevo che ci saremmo trovati di fronte ad uno spettacolo insostenibile. Ecco, abbiamo visto di peggio. L’Europa non può, ancora chissà per quando tempo, voltarsi dall’altra parte. C’erano i volontari, brava gente, della Croce rossa, della Caritas e dell’Ipsia, a portare aiuti concreti. Ma come si fa a restare impassibili di fronte a gente che, nel ghiaccio e sotto una nevicata, cerca di lavarsi all’aperto con una bottiglia di acqua fredda? No, non possiamo, per il rispetto della dignità dell’uomo, tollerare una condizione disumana di migliaia di persone accampate sotto tende e coperte di stracci, dentro un metro di neve. Torniamo a Bruxelles per dare battaglia. Il Patto delle Migrazioni della Commissione europea deve essere cambiato e dobbiamo vincere anche la battaglia nel Consiglio europeo per una politica della migrazione fatta di accoglienza, umanità e solidarietà”.

  Fin qui il racconto di Bartolo. Questo in atto e’ un gioco sporco, un rimpallo di poveri cristi. Un gioco ben congegnato, che ha pure le sue regole: per impedire che chi ha intenzione di farlo possa trovare il tempo di fermarsi abbastanza per dichiararsi profugo politico davanti a un ufficiale di polizia, in un comune, davanti a un’autorità qualsiasi che sia tenuta a raccogliere la sua intenzione e a trasmetterla, sono stati studiati anche i tempi. La catena di espulsioni deve scivolare veloce. I migranti respinti debbono partire dall’Italia o dall’Austria entro una certa ora (le 16,30 ci dicono) in modo che i passaggi in Slovenia e in Croazia siano “indolori”, niente pernottamenti, niente soste in campi di passaggio: prima di notte gli indesiderati debbono essere già in Bosnia o in Serbia. Fuori dai piedi. Provino poi a rientrare: i poliziotti croati sono ben addestrati, hanno i cani, contano sulla collaborazione delle ronde di “patrioti” che aiutano nella caccia ai musulmani. Solo che non si può fare. Impedire il lavoro dei parlamentari europei è una violazione clamorosa del protocollo delle immunità e dei privilegi di cui godono gli eurodeputati come tutti i membri di tutti i parlamenti democratici del mondo. La portavoce della Commissione a Bruxelles lo ha detto e ripetuto, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha espresso “stupore” e – vogliamo sperare –  ha cominciato a pensare a qualche più pratica contromossa, il Movimento Europeo ha diffuso un comunicato di fuoco, sottoscritto da una quantità di enti e organizzazioni, in cui si legge che “quello che sta avvenendo in Croazia e in Bosnia comincia ad assumere i contorni di delitto contro l’Umanità” e si chiede che le responsabilità del grave atto contro i parlamentari vengano accertate dalla Commissione europea. Hanno alzato la voce l’Unhcr e tutte le organizzazioni umanitarie che sono presenti e attive lungo la rotta balcanica.