L'ANALISI. Zingaretti e il Pd di Letta

L'ANALISI. Zingaretti e il Pd di Letta

letzin

Bravo Zingaretti. Quando ha capito che ormai lo avevano scelto come commissario liquidatore della tradizione politica e culturale liberaldemocratica e socialista, costruita dai partiti della prima Repubblica, ha fatto la mossa del Cavallo. Ha scelto con lucidità e coraggio tempi e, soprattutto, modo per fare saltare il banco. Le sue dimissioni, non concordate con nessuno (forse neanche col Letta) hanno svelato l’imbroglio ormai evidente delle primarie che cancellato la passione e l’intervento di iscritti e militanti Pd per fare spazio ai capicorrente specializzati in accumulo di potere. Insomma, le pratiche di cui Zingaretti ha detto pubblicamente di vergognarsi.

Letta non dovrà iniziare una lunga marcia per cambiare la politica del Pd e lo stesso Pd. La sua elezione (senza il trucco primarie) ha già iniziato a modificare in modo drastico politica e collocazione del Pd e si proietta come una chiarificazione che avrà conseguenze sull’intero schieramento politico italiano perché costringerà anche altre forze politiche a precisare le proprie posizioni. Il cuore di questa trasformazione è apparentemente semplice ma carico di conseguenze dirompenti: Letta determina con nettezza il passaggio da un Pd che pur nascondendolo “aveva subito” l’arrivo di Draghi come un’improvvisa anomalia e forzatura di Mattarella, a un Pd che si propone come perno fondamentale e trainante di quel governo.

Dopo i sommovimenti e le rotture dei 5s, dopo la cancellazione del progetto di un partito Conte da affiancare al partito 5s come terza o quarta forza del centrosinistra, dopo la doppia “lesione” del centrodestra che vede separati (ancora in casa) la Meloni dagli altri alleati e gli altri alleati (Fi e Lega) percorsi da suggestioni sempre più divaricanti, il modo in cui il Pd ha cambiato segretario e linea politica segnala un’altra scossa tellurica provocata dal governo Draghi (non scelto dai partiti se si esclude la minuscola spinta di Iv di Renzi).

Letta è figlio dei rivolgimenti provocati dalle scelte di Draghi e nel governo Draghi si riconosce in pieno scegliendo senza ambiguità il cuore del programma dell’ex presidente della Bce: “l’euro è irreversibile”. Le conseguenze di questa affermazione, come abbiamo avvertito in passato, sono troppo ampie per poterle qui riassumere. Euro irreversibile vuol dire favorire tutti i processi in direzione di qualcosa che assomiglia a una specie di Stati Uniti d’Europa. Opzione diversa dal centro destra italiano che in parte si oppone a Draghi e per un’altra parte lo sostiene fin quando non sarà possibile votare e sostituirlo.

Insomma, mentre un Pd svogliato e sonnolento aspettava che passasse la nottata (bisticciando intanto per accaparrarsi i posti offerti da Draghi) illuso e convinto che non possa durare il governo di un banchiere, che sempre e comunque gli interessi sempre oscuri dei banchieri avrebbe fatto (magari con l’aggiunta di qualche aiuto e complicità militare) Letta, grazie alla palla alta servitagli da Zingaretti, assesta lo smash e fa il punto.

Non ha vinto la partita, né è certo che alla fine vincerà. Ma le proposte avanzate e approvate dalla direzione Pd, e come avrebbero potuto bocciargliele?, prefigurano il tentativo di una vera e propria rivoluzione rigeneratrice di quel partito. Ovviamente, al primo posto l’Europa. Non è una furbizia pro Draghi. Il lungo lavoro a tempo pieno in Francia di Letta testimonia il suo sentirsi europeo. E il recupero dello Ius soli, che i suoi avversari attaccano forse facendo autogol, appare anche come la voglia di voler riacciuffare idealità e passioni che il Pd sembra aver dimenticato staccandosi dal comune sentire del suo popolo.

Ma le cose più dirompenti di Letta sono altre. Annuncia proposte tese a bloccare il trasformismo parlamentare, cioè la vergogna consumata per recuperare una qualche maggioranza a Conte. E soprattutto rilancia uno dei temi di fondo per la sopravvivenza del nostro paese: garantire ai governi democraticamente eletti dai cittadini la stabilità necessaria per governare. Insomma, qualcosa che assomiglia alla sfiducia costruttiva della Germania. E qui gli analisti avranno di che scrivere sui paradossi del nostro paese. Letta rimasto sereno dopo l’arrivo di Renzi, che lo avrebbe poi fatto fuori e sostituito, riacciuffa il cuore del progetto del fiorentino di Rignano che costò a Renzi la caduta del suo governo. Il combinato disposto tra riforma costituzionale di Renzi e riforma elettorale Italicum (elaborata dal professore D’alimonte per conto di Renzi) e quanto chiede Letta per dare stabilità alle istituzioni italiane si assomigliano molto più di quel che sembra. Entrambe le proposte hanno alle spalle la convinzione che la stabilità del paese Italia è il problema principale e urgente della Repubblica se si vuole evitare una frantumazione molto più grave e dirompente di quella registrata dopo l’esplosione del Covid nei rapporti tra Stato e Regioni.

Su questi temi il Pd di Letta lancia la sfida e chiede l’accordo di tutto il centro sinistra, senza alcuna esclusione, immaginando di poter recuperare i consensi dei suoi tempi migliori e vincere le prossime elezioni.