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CALABRIA. Politica, magistratura e lotta alla ndrangheta

CALABRIA. Politica, magistratura e lotta alla ndrangheta

mep      di DAVIDE VARÌ - Cinquantaquattro arresti sulla Piana di Gioia Tauro, dodici a Lamezia e uno a Paola. Il tutto in una sola notte dei giorni scorsi. Inutile continuare a far finta di niente: in Calabria c’è una guerra. Una guerra vera. Una sfida cruenta che vede da una parte lo Stato e dall’altra la criminalità organizzata. E in questo conflitto, lo Stato veste una sola divisa: quella togata dei giudici. La lotta contro i clan è sulle loro spalle. Sono loro, i magistrati, le prime linee, la trincea. Una situazione che nel giro di pochi anni ha creato uno squilibrio tra i poteri.

Ma il dominio della magistratura calabrese dipende esclusivamente da un’assenza pesantissima, ingiustificata e ingiustificabile. Dipende prima di tutto dalla scelta della politica calabrese di chiamarsi fuori dalla lotta per sconfiggere la mafia. Il ruolo che s’è ritagliato la politica in questa guerra è quello di dare sostegno a giudici e forze dell’ordine (e ci mancherebbe altro), di fare il tifo per loro. Ma di impegno diretto, di trasformazioni politiche nel corpo della Calabria per fronteggiare le cosche, neanche a parlarne.

La nostra classe dirigente vive trincerata, paralizzata dalle “beghe quotidiane”, incapace di avere un progetto, una prospettiva a medio termine (almeno a medio) che sia in grado di dare respiro a questa terra. Nella gran parte dei casi la nostra politica è schiava del quotidiano e ha delegato alla magistratura, solo a lei, la lotta alla ’ndrangheta.

Roma agisce di conseguenza. Governo e parlamento immaginano la questione calabrese come mera quesitone criminale. Del resto è sufficiente dare un’occhiata ai numeri per capire di cosa stiamo parlando: dal ‘91 in poi il ministro dell’Interno ha sciolto 71 comuni per mafia, ha piazzato i militari nei cantieri e ha interdetto decine di aziende che sono bloccate da una semplice soffiata o dalla segnalazione di un prefetto.

Insomma, lo straordinario, qui in Calabria, è diventato ordinario e la normalità è stata sostituita da un permanente stato d’emergenza. La nostra terra somiglia sempre più a un laboratorio, una zona franca in cui sperimentare nuove forme di repressione e di “dittatura democratica”. Il messaggio che arriva da Roma, che rimbalza gli impulsi della politica calabrese, è chiaro: qui in Calabria vive una popolazione che non può (non sa) autodeterminarsi, una popolazione corrotta, addirittura “infetta” come hanno scritto nel libro, “Il Contagio”, i due magistrati antimafia Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino: «Non c'è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso. Tutti sono esposti al virus criminale, sia in Calabria che fuori dalla Calabria».

E di fronte a questo rischio pandemico, la cura offerta per salvaguardare la salute pubblica è una e una soltanto: mettere in quarantena i calabresi, limitare le loro libertà e i loro diritti. Risultato di questa cura? Il potere dei clan in questi anni è aumentato e il “virus” è sempre più aggressivo. E’ un cane che si morde la coda: se la ’ndrangheta prolifera e si allarga, Roma toglie diritti e garanzie; ma più si tolgono diritti e più la ’ndrangheta cresce. Anzi, diventa vero e proprio welfare, diventa l’unica realtà in grado di arginare la disoccupazione (che in Calabria è arrivata al 24%) e la povertà. Qui non si tratta di difendere solo il principio democratico ma di stabilire, una volta per tutte, che la lotta alla ’ndrangheta è una cosa seria e che la fuga della politica lascia un unico referente sul campo: il mafioso.