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REGGIO. Se i medici curanti sono parte della malattia. CASTRIZIO

REGGIO. Se i medici curanti sono parte della malattia. CASTRIZIO

chiesa sanpaolodeigreci 01di DANIELE CASTRIZIO - Chiedo scusa anticipatamente ai Reggini, ai Riggitani e ai Riggitanazzi per questo consiglio non richiesto: sono in imbarazzo perché la mia condizione clericale, e per di più greco-ortodossa, mi impedisce e mi impedirà per sempre qualsiasi appartenenza a qualsivoglia partito.

Purtuttavia, non mi sento di abdicare alla mia cittadinanza, alla mia appartenenza alla polis di Reggio, per quanto essa mi sia in odio e in disprezzo, almeno in questa contingenza storica.

Proprio perciò, vorrei alzare la mano nella ekklesìa virtuale della mia polis e chiedere la parola, esprimere il mio parere, cosa che è prerogativa dei politai di Reggio fin dalla più remota antichità:
“Donne e uomini di Reggio, ho ascoltato i vari discorsi che sono stati pronunciati da coloro che si sono proposti per la guida e il ruolo di timoniere nella nostra città, e sono rimasto molto turbato.

Ormai vecchio di anni e di esperienza, non ho potuto fare a meno di riconoscere nei loro testi una forte componente retorica, disgiunta, però, da quella che, chiamerei, consapevolezza tecnica. Mi spiego meglio: facciate conto che Reggio sia un ammalato e che arrivino dei medici che si propongano di curarla. Ecco, in questo caso mi aspetterei da loro una diagnosi e una terapia! Come potrei affidare la malata, grave e forse terminale, a un medico che sapesse solo chiedere fiducia e lanciar vuoti slogan: Reggio, guarirai! Devi essere ottimista: guarirai! Dammi fiducia: guarirai!

Bene. Ho capito che Reggio guarirà. Se, per favore, il medico mi dicesse come e da quale male, sarei forse un pelino più contento e rassicurato. Non così, però, e non con le facce dei colleghi dei nuovi medici che si agitavano nelle retrovie: si tratta di medici di lungo corso, nascosti dietro i giovani medici, ma essi non si sono dimostrati medici, quanto parte della malattia. E dovrei essere tranquillo? E non dovrei agitarmi per il futuro della mia polis?

Voi direte: ecco il solito tetrascissore del cuoio capelluto, cioè il solito professore che pretende di spaccare il capello in quattro. Non vi adontate, non ve ne abbiate a male, autoproclamata classe dirigente di questa città patria di Giufà. Spero che nei prossimi interventi il medico e i vari colleghi medici dicano con chiarezza che il male di questa polis è la politica senza progetto e con troppe clientele; che il male di questa terra è una ‘ndrangheta che ha inquinato ogni parte del vivere civile; che il cancro che ci sta mangiando vivi si chiama ignorante presunzione, o presuntuosa ignoranza; che la rovina ci è giunta da conventicole più o meno lecite, che pretendono di avere il comando, ma che non sanno dove portare la comunità dei Reggini.

E mi aspetto anche un barlume di cura, un progetto che sappia andare oltre le vuote parole: che sappia spiegare alla massa di Riggitanazzi e Riggitani che il futuro è nella produzione, nella creatività. Che non possiamo rimanere consumatori parassitari.

E che poi il timoniere ci spieghi come è possibile che una terra che è stata culla di ogni rivoluzione colturale, dal vino al gelso per i bachi, dalle arance al bergamotto, oggi non produca niente. Questo mi aspetterei, e mi aspetterei che quando si cita e si parafrasa Tucidide, lo si citi correttamente: non c’è stata nessuna lettera di Pericle agli Ateniesi, ma un elogio funebre per i caduti ateniesi nei primi anni della Guerra del Peloponneso, tenuto da Pericle, figlio di Santippo, che di quella guerra era stato fervente sostenitore. Il fatto che poi lo stesso Pericle sia deceduto, vittima della peste che era stata causata proprio da quella guerra, pochi mesi dopo quel discorso, ha fatto diventare quelle parole una sorta di testamento spirituale. Perché dico questo? Perché sono stufo e arcistufo che questa città vada avanti con dei clan familiari e politici autoreferenziali e che bisognerebbe iniziare a utilizzare le risorse umane e culturali di questa sciagurata terra.”

Così avrei detto, se avessi potuto, ma una cosa voglio ancora dirla: l’11 settembre dell’anno scorso veniva bruciata la cappella di Sant’Elia nella Chiesa di San Paolo dei Greci, la “grande chiesa” degli ortodossi di Reggio: stiamo ancora aspettando un politico di qualsiasi colore, che venga a dire che la malavita non può attentare alla vita civile e religiosa della città di Reggio, che vanta tremila anni di storia.