Direttore: Aldo Varano    

L’ANALISI. Il Pd calabrese e la contraddizione del renzismo che non c’è. VARANO

L’ANALISI. Il Pd calabrese e la contraddizione del renzismo che non c’è. VARANO

rema     di ALDO VARANO. E’ difficile ricostruire le tortuosità della vicenda calabrese del Pd sulle scelte del candidato Governatore. Ma ancor prima che difficile è inutile.

Non si può, infatti, non prendere atto, quando si tenta un’analisi avalutativa e disinteressata rispetto alle parti (assai, ma assai più di due) che fingono di confrontarsi, che non c’è traccia alcuna del travaglio attento e sofferente di chi punta alla scelta migliore per vincere. Ma solo un balletto che vuole nascondere a se stessi, alla Calabria, e soprattutto a Roma, l’inadeguatezza e gli equivoci che aggrovigliano sempre più il partito calabrese di Renzi.

E’ in questo quadro che il Pd calabrese, con una responsabilità che è inevitabilmente generale e complessiva, ha riportato in vita tutte le pratiche della vecchia politica degenerata. Siamo di fronte al revival di trucchi, uso della credulità di questo o quel candidato usato con consapevole cinismo solo fin quando serve per far male agli avversari. All’indifferenza rispetto all’impotenza a decidere guardando all’interesse generale sopraffatto dagli interessi, più o meno inconfessabili, di personaggi e gruppi. Alla furbizia di chi vede dall’esterno spiragli e contraddizioni per piazzare un colpo di fortuna che spiazzi gli altri e diventa vincente nella confusione (senza mai preoccuparsi se è perdente fuori dal recinto partitico).

Capiscono tutti che dietro il balletto di nomi, impuntature, ricatti, risibili ultimatum, e concordati veti incrociati c’è, fermo come un sole da cui tutto dipende, un’evidenza imbarazzante: Magorno e i renziani calabresi che l’hanno scelto “devono” nascondere le bugie (politiche) che hanno rifilato a Renzi e al suo cerchio magico. E la bugia principale è stata giurare e spergiurare che in Calabria vi fosse un’area che si ispirava coerentemente alle posizioni del presidente Renzi e, quindi, pronta a lavorare, con la stessa determinazione di Roma, al rinnovamento e alla costruzione di una politica nuova in questa regione.

Sono i renziani che mancano in Calabria. I renziani intesi come una componente coesa e portatrice di un progetto. La nostra regione ancora una volta, come in ogni importante occasione in cui è apparso in Italia un fenomeno considerato potenzialmente positivo, resta fuori dai processi che implicano un apporto attivo di protagonismo dinamico da parte dei calabresi. Ancora una volta, la Calabria subisce i processi “come rivoluzione passiva” distorcendoli in profondità per impedire qualsiasi cambiamento.

I renziani fin dall’inizio si sono dati un segretario debole eletto con una percentuale così risicata perché fosse chiaro che al massimo avrebbe funzionato come mediatore e sbrigafaccende dei potenti che lo avevano eletto e paralizzato consentendogli solo proclami spaccotutto. Strutturalmente contraddittorio rispetto al renzismo, lui in politica da trenta anni - più o meno come Oliverio, un po’meno di Principe e di gran parte dei renziani, anche se in posizione molto più modesta - già consulente del gruppo Pd diretto da Principe, che avrebbe potuto fare di credibile per una svolta capace di destabilizzare le vecchie logiche?

Il suo impegno fondamentale è stato quello di nascondere a Roma (l’implicito mandato dei suoi sponsor che avevano cavalcato “passivamente” l’onda Renzi) che invece del renzismo in Calabria convivono sotto la stessa sigla tribù chiuse a ogni contaminazione politica, ricche di personalità i cui interessi sono inconciliabili tra loro. E’ questa la radice che produce e riproduce in continuazione i veleni che avvolgono e infragiliscono il Pd.

Controprova. Perché Magorno non ha mai proposto un candidato renziano per conquistare la Regione? Perché anche la minacciata raccolta delle firma per Canale si è via via indebolita fin quasi ad essere accantonata fino al ridicolo documento in cui un gruppo di notabili renziani si impegnano a raccogliere le firme, anziché raccoglierle veramente? Solo perché la possibilità che venisse approvata dai renziani calabresi una proposta dell’aria renziana della Calabria è un trucco: ha una probabilità meno alta della suola delle scarpe. Non è un caso che tutti i nomi fin qui apparsi, Callipo, Carbone, Gratteri, Minniti, Lanzetta, e lo stesso Canale, siano sempre apparsi e dati in pasto ai giornali come meteore pensate, volute o suggerite da Roma, mai con l’autorevolezza dfei renziani calabresi che non c’è.

L’obiettivo di Magorno (e pochi altri) di avere un candidato unico, del resto, è stato fin dall’inizio invocato in nome dell’unità solo per nascondere che i renziani non ce la facevano a esprimerne un candidato concordato dai renziani calabresi da far competere con la forza di tutti i renziani calabresi con gli altri candidati. Fin dall’inizio la speranza è stata quella che decidesse Renzi: in Calabria nessuno può decidere senza fare emergere frantumazione, fragilità impotenza politiche. Per riuscirci era necessario liberare il campo da qualsiasi ingombro. Oliverio, Adamo, Nico Stumpo hanno capito fin dall’inizio come stavano le cose e hanno fanno la mossa giusta: non ritirarsi (certo, poi può arrivare una contropartita veramente adeguata), stare fermi consente di vincere sull’impotenza di altri.

Il guaio è però che le impotenze incrociate potrebbero depotenziare il Pd fino a farlo perdere.