Direttore: Aldo Varano    

La città i reggini e il gay pride. VARANO

La città i reggini e il gay pride. VARANO

gpr       di ALDO VARANO - Erano (eravamo) migliaia. Quante migliaia? E difficile dirlo. Il corteo era gioiosamente disordinato, i partecipanti creativamente ingenui. Per decine e decine di metri le file erano quasi incollate una all’altra come un'unica massa umana saldata. In un'altra città, il corteo sarebbe sembrato ancor più lungo e possente. In ogni caso, è stato straordinario, il più ricco e forte da un bel po’ di anni (o decenni?) a questa parte.


La città non c'era dentro il corteo. E’ rimasta sostanzialmente lontana e indifferente. C’erano solo ristrette avanguardie: culturali, politiche, di interessati ai processi di liberazione anche sessuale. Ma bisogna subito aggiungere, perché il giudizio non sia sbilanciato e sbagliato, che dalla città non è venuto alcun segno di ostilità.

Non era scontato che si svolgesse tutto in modo sereno e senza ostilità manifeste. Solo poco tempo fa una persona dell'Arci gay dopo essersi beccato un violento pugno in faccia, colpevole di esistere e di essere “ricchione”, finì in ospedale dove trovò un infermiere che gli spiegò che era malato, doveva curarsi per guarire, poteva farcela e lui l’avrebbe aiutato. Vi fu un'insurrezione contro quei pugni e la scoperta dell’inaffidabilità scientifica dell’ospedale.

Il corteo e la festa gay hanno dimostrato che, per fortuna di tutti, quella città violenta e rozza non c’è più; o meglio, non ha diritto di parola né di visibilità e pur esistendo non emerge.

Ore di marcia esibendo la gioia e l'orgoglio della propria diversa normalità, ore di "provocazioni” con l'ironia intensa di chi s’è ormai liberato, senza raccogliere segni di dissenso e imbarazzo è stato un successo creato dalla testardaggine e dalla vitalità dell’Arci Gay e altre organizzazioni.

Ma il Gay Pride è stato una rottura molto oltre gli obiettivi degli organizzatori. La città e chi ha visto il corteo, non avrà superato di botto una vita cementata dal pregiudizio ma avrà certamente percepito che non accadeva nulla che non fosse normale o che fosse disdicevole per la dignità delle persone. Da qui, oltre l’assenza di fastidio, perfino qualche segno timido di simpatia. L'Arci Gay, le organizzazioni e i gruppi che l'hanno affincata, ha fatto un'operazione culturale a vantaggio dell'intera comunità e per la quale la città dovrà esserle riconoscente.

Siamo ancor lontani da una Reggio e una Calabria tolleranti e inclusive dove ci sia spazio per tutti e nessuno venga discriminato. Dove i diritti civili sono garantiti perché valore condiviso al di là di culture, divisioni politiche, scelte religiose, sensibilità personali. Del resto, sembrano saperlo soprattutto i dirigenti del Gay Pride che parlando ai manifestanti non a caso hanno trovato il modo per esprimere comprensione per quanti non riescono a spezzare le catene del pregiudizio e dei condizionamenti uscendo dalla dolorosa condizione di solitudine in cui vivono. “Vi aspettiamo, siamo stati qui anche per voi, per darvi la forza di venirne fuori. Sappiamo che sentirsi soli è una grande sofferenza”, ha detto il decano dell’ArciGay.

Insomma, è stata una giornata positiva per Reggio e la Calabria: un atto d’amore per la libertà e contro ogni forma di violenza e sopraffazione. Non a caso è stato tracciato un collegamento quasi naturale tra l’affermazione dei diritti e l’impegno contro le mafie.

Non si può infine tacere il limite della giornata dell’orgoglio gay. Non c’era la signora Stasi, fortunata e fortuita rappresentante della Regione Calabria, né un suo delegato. Nessuna notizia del presidente Talarico e del Consiglio regionale. Non s’è visto almeno uno dei commissari del Comune di Reggio. Assente il Presidente della Provincia, l’istituzione superstite di Reggio. C’erano in completo blu due commessi della Regione, impettiti e imbarazzati. Una scelta culturale, ancor prima che politica, suicida. Ogni volta che c’è un pezzo di Calabria che lotta contro arretratezze e pregiudizi per promuovere modernizzazione, il potere politico, con la sua assenza, si chiude a riccio ostile.