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L’ANALISI. Ma Renzi è più avanti dei calabresi. VARANO

L’ANALISI. Ma Renzi è più avanti dei calabresi. VARANO

mrmm      di ALDO VARANO - E’ un peccato che, rispetto alla visita di Renzi, gran parte degli osservatori abbiamo mescolato primarie Pd e data delle elezioni ai problemi più generali e strategici della Calabria. Così lo scetticismo e il gelo sulla visita del Presidente del Consiglio, alimentato da chi consiglia la signora Stasi, che ha scelto una linea di irresponsabile rottura delle consuetudini istituzionali, ha fatto proselitismo perfino in ambienti insospettabili. Forse non è una buona notizia. Anzi, si aprono interrogativi inquietanti sulla capacità della Calabria di interloquire e costruire proposte, strategia e progetto quando, per la prima volta dopo decenni, almeno a giudicare da parole e gesti, non veniamo emarginati preventivamente.

Nella storia d’Italia un presidente del Consiglio non si era mai visto tre volte in Calabria. Sarà pubblicità o forse l’inveramento di un renzismo con sotto il vestito niente. Ma è anche un’occasione per una regione che da decenni è giudicata un lebbrosario da cui tenersi lontani per non appestarsi. Piaccia o no, è questo il punto in cui, complici le classi dirigenti, si trova la Calabria. E’ noto a qualsiasi politico o giornalista che abbia bazzicato gli ambienti del potere italiano. Ed è da qui che bisogna ripartire per rovesciare il paradigma chiedendo di guardare a questa terra non come a un’infezione da evitare ma come ad un’occasione per l’intero paese.

In questo quadro purtroppo consolidato, Renzi non sembra aver paura del contagio. Le sue visite fin qui non hanno prodotto miracoli. Ma ci sono due fatti nuovi che la Calabria e le sue organizzazioni sociali fanno male a non valorizzare e a non trasformarli in una specie di premessa al manifesto del proprio riscatto.

IL PRIMO. Renzi, a parte qualche concessione formale, non sta trattando la Calabria come una questione criminale, modello sempre sotteso alle sbadate attenzioni dei suoi predecessori. Berlusconi organizzò a Reggio non una visita ma una riunione ufficiale del Consiglio dei ministri. Servì per emanare un decreto che istituiva a Reggio l’agenzia dei beni confiscati (ufficialmente, la centrale dell’Agenzia; nei fatti, una delle tante – purtroppo inutili - sedi) e per inserire la parola ‘ndrangheta nel testo del 416bis, secondo i desiderata della procura di Reggio. Il segnale fu inequivoco: Calabria e questione criminale coincidono. E furono tutti contenti.

Mi chiedo: è poco nella terra in cui dobbiamo difenderci dall’accusa di essere tutti ‘ndranghetisti perché calabresi (difenderci da soli perché nessuno sembra essersi scandalizzato a parte noi) che un Presidente del Consiglio venga (forse a prenderci in giro) senza trattare la Calabria come questione criminale? Un intellettuale calabrese di grande sensibilità, Mimmo Gangemi, glielo aveva chiesto dalle colonne del Garantista. Credo anch’io che scardinare l’equazione Calabria-criminalità sia la condizione per capire come qui stanno realmente le cose. Significa contrapporsi al pregiudizio (spesso interessato) che non si può far nulla per colpa della ‘ndrangheta (che c’è e pesa). Un pregiudizio che impedisce il decollo dei calabresi, che pone un veto alla produzione della ricchezza e del riscatto attraverso la valorizzazione delle nostre risorse fisiche e umane. Lo so che è un discorso che non piace a chi preferisce interventi a pioggia, soldi a fondo perduto, clientelismo per finanziare il consenso e gli amici.

Renzi non ha fin qui fatto grandi cose. Dobbiamo ripetercelo e ricordargli quello che ci serve. Ma sembra aver rinunciato alla strategia delle mance. “Datevi una mossa perché dipende da voi e se non lo fate voi non lo farà nessuno”, ha più o meno detto ai ragazzi di Scalea, quasi a chiarire che non era un portatore di doni che lascia tutto com’è. E’ vero: le istituzioni italiane in maggioranza continuano a guardare alla Calabria come a una questione di ordine pubblico e basta. Ed è forse questa la ragione per cui non riusciamo a sconfiggere questa ‘ndrangheta particolarmente aggressiva e invasiva. Ma Renzi apre uno spiraglio diverso (niente di più) in cui infilarci se ci sappiamo fare. Certo, ci vogliono capacità, progetto, proposte che siano vere e fattibili; cose che (ancora) non abbiamo per spezzare la stasi (non la ff, ma quella sociale).

IL SECONDO. Renzi ha detto parole che erano scomparse da quando il leghismo ha inventato la questione settentrionale. Sulla strategia per rilanciare l’economia italiana ha detto che non sarà possibile “se non si parte dal Mezzogiorno”. Ed ha scandito: "Il Governo non scappa, sta sul pezzo per il recupero del Sud. Ma il Sud deve fare la sua parte e scegliere la strada dello sviluppo e della crescita. Solo in questo modo l'intero Paese uscirà dalla situazione di crisi (ansa)”.

Sa quello che dice Renzi? Parole così importanti implicano una revisione rivoluzionaria delle strategie nazionali dei governi degli ultimi decenni, ma anche di sindacati, Confindustria e organizzazioni sociali. Non ci sono ancora le condizioni per capire se Renzi sta proponendo veramente il Mezzogiorno l’asse centrale per lo sviluppo di tutta l’Italia. Pasquino Crupi, se non fosse scomparso, quelle parole le avrebbe festeggiate con una bevuta in Aspromonte e un editoriale scritto con gli occhi lucidi per l’emozione perché racchiudono il cuore della proposta del meridionalismo democratico.

Ma intanto, gli diciamo che parla a vanvera o chiediamo di andare avanti e ci attrezziamo per essere all’altezza della sfida? C’è il timore atto che dopo decenni di questione meridionale cancellata sostituita da interventi a pioggia e contributi a fondo perduto, l’intero Sud - intellettuali, sindacati, organizzazioni sociali, imprenditori, giornali, politici – non sappiano più cosa fare e cosa proporre. Singolare la stanchezza sulla Zes e la richiesta di approvare subito (prima delle elezioni) le leggi contraddittorie e inutili in parlamento e la risposta responsabile di Renzi che ribatte che bisogna discuterne nel merito. A sentire gli esperti non interessati agli spot, sarebbe stato Renzi il più a favore della Calabria. Grave, invece, la nostra rinuncia a proporre Gioia Tauro la leva trainante per il nostro sviluppo e quello dell’intero Mezzogiorno. Eppure è partendo da lì che noi e il Sud possiamo diventare interfaccia dinamica tra l’Europa, l’Italia e i 400milioni di persone che stanno uscendo dall’arretratezza (sulle coste che si bagnano nel nostro stesso mare) e hanno bisogno di merci, tecnologie, ricerca scientifica, scambi culturali e pace.

Non sarà facile, ma questo serve. Per la Calabria sarà una specie di prova della verità. Sapremo se possiamo ancora essere protagonisti di un processo storico virtuoso o se ormai ci restano solo il progressivo degrado e la desertificazione. Di questo si tratta.