Direttore: Aldo Varano    

ELEZIONI IN CALABRIA: Comuni, Regione e l’alleato sfuggente. VARANO

ELEZIONI IN CALABRIA: Comuni, Regione e l’alleato sfuggente. VARANO

mop    di ALDO VARANO - Una volta c’era la prima Repubblica. Il suo partito più importante era la Democrazia cristiana. Era divisa in correnti, la Dc. Le correnti si spaccavano in gruppi che si dividevano in sottogruppi. Anche i socialisti del Psi facevano nello stesso modo: correnti, gruppi e

divisioni. E perfino i socialisti di Saragat (il primo leader della sinistra italiana che capì come sarebbe andata a finire col socialismo reale) si nutrivano della stessa logica che dilaniava la Dc e il Psi. C’era una corsa di tutti verso l’impossibile, diventare ancor più minuscoli dell’atono.

Il Pci, invece, era un partito (presunto) responsabile che faceva della propria (apparente) unità, un unico blocco fuso nell’acciaio, un valore aggiunto che si esaltava di fronte alle progressive rotture e divisioni degli altri. L’unità comunista era una garanzia di serietà e autorevolezza per gli italiani. Significava che il partito non era un insieme di bande ma una grande energia a cui accordare fiducia.

Ogni volta che si avvicinavano le elezioni gli osservatori non faziosi, e i comunisti, mettevano i fatti sulla bilancia e arrivavano inevitabilmente alla logica conclusione: gli italiani avrebbero punito quella rissosità coleindoscopica e premiato il Pci.

Nelle vigilie elettorali cresceva la paura per l’affermazione dei comunisti. Talvolta capitò che la paura spingesse i più fragili verso crisi di nervi e veri e propri attacchi non ai comunisti ma alla Repubblica e alle sue regole.

Poi si aprivano i seggi e immancabilmente si registrava il miracolo: i partiti spaccati crescevano e i comunisti uniti flettevano (che significava: perdevano in voti e in percentuale) o al massimo restavano inchiodati al palo.

E’ stato un mistero italiano che ha accompagnato (quasi) l’intera storia della prima repubblica e che inizia a chiarirsi (forse) con l’esperienza della terza (quella attuale).

Il mistero si chiamava voto proporzionale che allora esisteva ed è ora stato sostituito col voto maggioritario che ha capovolto le logiche politiche ed elettorali. Vediamo meglio. La Dc, il Psi e il Psdi non si spaccavano. In realtà, si moltiplicavano. Gli scontri invece di indebolirli irrobustivano la capacità di penetrare tutte le pieghe della società italiana. Non c’era una Dc, ma 10. Non un Psi ma 4. Non un Psdi ma 3. Invece, il Pci restava sempre uno solo. Accadeva perché il democristiano che perdeva dentro la Dc prendendo molti voti si assicurava una porzione di potere pubblico dato che il vincitore (Dc) non vinceva tutto, ma vinceva anche lui esattamente in percentuale ai voti che riusciva a prendere. Idem, per gli altri partiti. Un solo partito, il Pci, non doveva quindi fronteggiare 3 partiti, ma 17. Insomma, non c’era partita. A gelosa tutela del meccanismo venne creato il manuale Cencelli che dava a ogni gruppo e gruppetto esattamente quello che aveva conquistato prendendo i voti (quasi sempre in polemica politica e culturale con il partito Dc che aveva vinto). Vinceva l’ala moderata? A quella progressista toccava tanto potere quanti voti aveva avuto: il Cencelli garantiva la correttezza di tutti: nel Governo, dentro la coalizione, dentro i singoli partiti, dentro le componenti delle varie correnti. Vinceva l’ala di sinistra? Il Cencelli proteggeva i moderati. Insomma, tutti tiravano la carretta e tutti avevano interesse a vincere. Chi vinceva, vinceva sempre provvisoriamente, e poteva venire sconfitto se una bella quota dei perdenti (ognuno col loro pezzetto di potere equivalente ai propri voti) trovavano un accordo.

Ora non è più così. La rottura, anzi la polverizzazione, del vecchio meccanismo è in un punto preciso che scombussola la vecchia logica: chi vince prende tutto e non la parte che gli toccherebbe in proporzione ai voti presi. Io vinco per un voto e m’intasco il cento per cento del potere, cioè l’intero malloppo. Sia chiaro: per i cittadini è meglio: sparisce una parte importante dei ricatti interni al ceto politico che di solito (anzi sempre) veniva pagata togliendo risorse e opportunità ai ceti più deboli e indifesi.

Ma il cambio ha prodotto modifiche profonde. Affronto solo il punto decisivo: la minoranza di ogni partito o di ogni schieramento, una volta perduta la gara per ottenere i posti di comando (se quel partito o quello schieramento dovessero vincere), che interesse ha a sbracciarsi nella conquista di voti che verranno utilizzati dal nemico interno che li ha sconfitti (di partito o schieramento) per papparsi tutto il potere fino all’ultima briciola?

Gli esempi sulla Calabria sono metodologici e non fondati sui fatti. Perché Mimmetto Battaglia dovrebbe votare Falcomatà che se vince prende tutto? Il Ncd sosterrà Dattola che vincente potrebbe usare il Comune per non far vincere mai più il Ncd? La Ferro incasserà assessori, capi dipartimento, dirigenti di ospedali e primari. Raffa e Gentile saranno entusiasti di restare a bocca asciutta? E Callipo? S’affanna, trova voti in tutti i buchi e li porta a Oliverio, che l’ha sconfitto alle primarie, e potrebbe cementare una cordata che escluderà Callipo per sempre. O viceversa.

Per battere il pericolo insito nel nuovo meccanismo, che si accentua in presenza delle primarie, diventa necessario costruire partiti molto forti capaci di dettare strategie e programmi prescindendo dai candidati che le primarie scelgono. Ma la crisi attuale della politica e dei partiti la cui autorevolezza tende a zero non ha ancora ovviato agli inconvenienti.

La difficoltà di previsione su come andrà il voto è tutta qui. Ed è inquietante.