Direttore: Aldo Varano    

L'INTERVISTA. Reggio città dolente venti anni dopo. BELLANTONI

L'INTERVISTA. Reggio città dolente venti anni dopo. BELLANTONI
cttd      di PIETRO BELLANTONI* - «Per i giornalisti è sempre un problema essere intervistati». Aldo Varano all'inizio si schermisce, sembra a disagio nei panni di chi le domande deve riceverle, non farle. Del resto, nel corso della sua
lunga carriera, di interviste – ottenute dai principali protagonisti della politica italiana e non solo – ne ha confezionate a bizzeffe e come tutti i giornalisti, sotto sotto, è convinto che le risposte le sanno dare tutti mentre è per le domande che serve genio. Ma Varano è anche l'acuto osservatore della società che cambia e della Calabria che, invece, rimane tristemente immobile; della sua Reggio che non è cambiata poi molto rispetto a 20 anni fa, quando l'inviato dell’Unità la definì «la città dolente». Locuzione ormai entrata nel mainstream collettivo e titolo del fortunato libro che fece luce sulla tangentopoli dello Stretto a partire dalle rivelazione dell'ex sindaco Agatino Licandro. «Su quella espressione nel tempo ho cambiato idea. Il carattere “dolente” di Reggio non è mai stato contingente, è strutturale. È il marchio costruito non solo dai sindaci che si sono succeduti, quanto dall'intera classe dirigente locale, dai suoi professionisti e intellettuali».

Un giudizio tranchant...

«Reggio è stata costruita male, è una città parassitaria. Produce meno di quello che consuma, e per questo è sempre sotto scopa. È un carattere che l'accompagnerà fino a quando non vi saranno trasformazioni profonde. Venti anni fa era esplosa una bolla. Oggi non siamo a questo, ma la condizione della città non è meno drammatica di allora, sia per come è stata amministrata finora, sia per gli effetti del commissariamento, che è stato un fallimento totale».

Ci spieghi meglio.

«Fin quando resterà questa legge sullo scioglimento dei Comuni, la 'ndrangheta l'avrà sempre vinta. In un Paese moderno l'avrebbero già cancellata. Il problema è che i commissariamenti non mantengono gli impegni che prendono, non determinano una maggiore “pulizia etica” nella realtà che amministrano. Rispetto ai reali bisogni della gente, si può dire che quella che scioglie i Comuni, è una legge truffa».

Ma adesso si torna finalmente al voto. La politica è di nuovo in campo, la campagna elettorale è entrata nel vivo.

«Credo che la condizione generale sia assai più grave rispetto alle analisi degli osservatori. Anche i più pessimisti. Considerato quello che servirebbe, siamo davvero indietro. È difficile cogliere una proposta politica adeguata al portato di questa crisi. Reggio vive un degrado profondo. Se non si parte da questa consapevolezza, la politica si riduce a mera astrazione. È proprio il sistema politico a risentirne: vedo molta frammentazione e parecchie perplessità. I candidati dei due schieramenti principali sembrano possedere una consapevolezza maggiore rispetto agli altri, ma resto comunque scettico. È fondamentale chiedersi cosa è Reggio oggi. Senza una risposta appropriata, la politica rischia di non incontrarsi mai con la reale condizione cittadina».

In pratica, prendere coscienza per poter ripartire...

«Reggio avrà bisogno di un lungo processo di risanamento che dovrà prendere le mosse da alcuni punti decisivi. Uno è quello di trasformarla finalmente in una città capace di produrre ricchezza. C'è una grande sottovalutazione del porto di Reggio, che non è la bagnarola sotto via Santa Caterina, ma quello costruito a Gioia. Dobbiamo imparare a pensare in grande. Fin quando non attiveremo la “produttività”, non usciremo fuori dal pantano. Fossi un dirigente del Pd, farei venire Renzi sempre e soltanto a Gioia. Mi spiego: Reggio può essere migliorata, dal punto di vista del turismo e dei servizi e in altri mille punti, insomma si può migliorare la decenza e la normale amministrazione, diciamo così. Ma la questione decisiva è cambiare il futuro di questa città. Dobbiamo tentare l’ingresso in una nuova epoca storia. Reggio deve e può essere messa nella possibilità di trascinare tutta la Calabria e gran parte del Mezzogiorno dentro il Mediterraneo, sulle coste dove nei prossimi decenni centinaia di milioni di uomini nello sforzo di uscire dall’arretratezza avranno bisogno di merci, tecnologie, scambi culturali. O sarà questo il nostro futuro o non ne avremo alcuno e resteremo sotto chi muove le leve del comando».

Siano essi esponenti dello Stato o dell'antistato...

«Ottima interruzione. Accetto la provocazione e rilancio: non credo che sia la 'ndrangheta sia il problema più grave di questa terra. Il problema vero è il modo in cui è stata costruita questa città, il modo di procedere e agire delle sue delle sue corporazioni, delle teste di serie delle corporazioni professionali compresi giornalisti e magistrati. La 'ndrangheta è un'ipoteca pesante e insopportabile. Guai sottovalutarla. Il problema è chiedere che venga sconfitta più rapidamente e chiederci perché non ci siamo ancora riusciti. Mi chiedo: Com'è che i Corleonesi sono stati distrutti, e oggi non hanno più storia? Com'è che lo stesso è avvenuto per il clan dei Casalesi? Qui è diverso. Gli “arcoti”, i Piromalli i Pesce i Bellocco, i Cordì e i Commiso c'erano quando ero giovane io, e ci sono anche adesso. Perché lo Stato non li ha ancora sconfitti e ci costringere a vivere con questa presenza? Possibile che da noi siano arrivati solo magistrati incapaci? Imperano sempre gli stessi cognomi, almeno da un quarto di secolo. Dall'Unità d'Italia a oggi non esiste un periodo così lungo che non sia stato attraversato da trasformazioni profonde. Possibile che in 25 anni dobbiamo trovarci di fronte sempre agli stessi problemi? Cambia tutto, si sconvolge tutto e la ‘ndrangheta è sempre lì? Cosa non ha funzionato? Perché quello stesso Stato che in Sicilia o in Campania ha fatto fuori quelle strutture criminali, qui non è riuscito a vincere la sfida? A Palermo e a Caserta la popolazione è stata liberata. Certo, avranno altri problemi ma non devono più fare i conti coi Corleonesi o i Casalesi. Perché qui non è avvenuto lo stesso?».

Complicità, vantaggi reciproci?

«Sono errori di strategia dello Stato. Le famiglie mafiose sono sempre le stesse, e le generazioni che si sono susseguite non sono state obbligate ad andare a lavorare, come facciamo io e lei, ad esempio. Ma la domanda “perché non li abbiamo ancora sconfitti?” la coscienza cittadina, purtroppo, ha perfino paura di porsela e non se la pone mai».

Quanto pesano le connivenze di chi gestisce la cosa pubblica?

«Tutte le mafie sono sempre state strutture al servizio delle classi dirigenti. La criminalità come “industria della protezione”, che è la sostanza di tutte le mafie aggressive della nostra modernità porta proprio a questa tesi. Ecco perché la 'ndrangheta può essere sconfitta solo dalla politica. Mi spiego: la repressione tocca, com'è ovvio, allo Stato e alla magistratura. Ma cambiare le condizioni storiche che permettono l'attecchimento del fenomeno e la sua riproduzione all'infinito può farlo solo la politica. E’ un sacrilegio dirlo mentre i partiti sono al loro punto più basso. Ma fino a quando non ci sarà una rigenerazione positiva della politica sarà difficile raggiungere gli obiettivi. Siamo nel trionfo dell'antipolitica, è vero, ma negli ultimi 10mila anni, che si sappia, gli uomini non hanno trovato niente di meglio della politica per vivere insieme senza scannarsi».

Il nuovo sindaco avrà davanti un compito arduo.

«Dovrà rispondere principalmente a bisogni elementari: acqua, asili, buche stradali, pulizia urbana. Tutti aspetti che pesano sui bilanci delle famiglie, specie più modeste. Le città stanno insieme per ragioni sociali e collettive, perché farlo è più “conveniente”. Ed è ovvio che bisogna pensare prioritariamente a questi aspetti fondamentali, che attengono a una “materialità” che sia decente. Ma il sindaco e la sua squadra dovranno pure dare il loro contributo alla costruzione di una città produttiva e accogliente. Sono convinto che l'intera provincia possa trascinare tutta la Calabria. Reggio è sempre stata una città isolata. Abbiamo il mare, che unisce ma al tempo stesso isola, e alle spalle abbiamo l'Aspromonte. Appunto: da città isolata deve trasformarsi in città di frontiera, dove nascono relazioni, opportunità e soluzione dei problemi».

*giornalista del Corriere della Calabria, dove questa intervista è stata già pubbicata. La riproponiamo qui  con l'esplicito consenso della direzione del CdC che zoomsud ringrazia.